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CRISI E MAGHREB, L’ATTUALITA’ DEL WORLD SOCIAL FORUM pubblicato su “il manifesto” mercoledì 16 febbraio”

16 feb

“Da Porto Alegre a Il Cairo” avrebbe potuto essere questo il titolo del Forum Sociale Mondiale di Dakar.
La rivoluzione egiziana, così come quella tunisina e come i sommovimenti sociali che in queste settimane attraversano diversi Paesi del Maghreb sono presentati dai grandi media italiani come movimenti di massa contro regimi autoritari.
Ma un’opposizione intellettuale in Tunisia esiste da tempo, spiegava a Dakar un rappresentante del sindacato scrittori, e coinvolge soprattutto giornalisti, avvocati e giudici, fortemente repressi dal regime nel silenzio dell’Unione Europea; ma tale repressione non aveva fino ad ora innestato una rivolta di ampie masse popolari.
Se si vuole capire cosa accade a Tunisi e a Il Cairo lo sguardo va rivolto verso Chicago. Il Commodity Stock Exchange di Chicago, la borsa di prodotti agricoli più importante del mondo è nelle mani di otto multinazionali occidentali che sono in grado di determinare i prezzi del mercato agricolo mondiale. Gli speculatori traggono guadagni impressionanti. In una anno, nel 2008, la Cargill ha aumentato i suoi profitti dell’86% portandoli a 1,03 miliardi di dollari, contemporaneamente in soli tre mesi il costo del riso sui mercati globali era aumentato del 59%, quello del grano del 61% e questa tendenza, seppur in forme diverse, è proseguita negli anni successivi.
Gli incentivi agli agrocarburanti, le speculazioni sui mercati delle materie prime, una domanda crescente di carne ed energia da parte dei paesi emergenti e una produttività agricola stagnante hanno provocato l’aumento del prezzo del cibo.
“La ricchezza complessiva nei nostri Paesi è aumentata, ma non vi è stata nessuna redistribuzione – hanno spiegato alcuni attivisti dei movimenti sociali maghrebini presenti al Forum – anzi le differenze tra una minoranza ricca e la povertà di gran parte della popolazione è aumentata; il debito estero prodotto dalle politiche della Banca Mondiale, dai piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario, dagli accordi commerciali imposti dall’Unione Europea, nonché dalle imposizioni dell’Organizzazione Internazionale del Commercio sono le cause principali dell’aumento dei costi dei beni primari che è la causa determinante della rivolta.”
Queste sono esattamente alcune delle conseguenze della globalizzazione liberista previste dal movimento altermondialista fin dal 1° Forum Mondiale a Porto Alegre e pochi mesi dopo a Genova nel 2001. A Dakar i movimenti hanno immediatamente colto le radici sociali delle rivolte maghrebine e le hanno sentite proprie; è al dominio liberista che si sono ribellate le masse nordafricane, oltre che al dittatore di turno.
Dietro le rivolte di queste settimane c’è anche il grande lavoro realizzato in questi anni da vari gruppi del nord Africa, che hanno condiviso il percorso del Forum e che, come già ricordava Luciana Castellina, hanno partecipato agli incontri regionali nel Mashrek e nel Maghreb.
Pur nella confusione di queste giornate, il Forum ritrova le ragioni profonde della propria esistenza nel verificare la correttezza delle analisi sviluppate nei dieci anni della propria vita e nella capacità di connettere tra loro le lotte che si realizzano da una parte all’altra del pianeta, senza limitarsi ad una generica solidarietà, ma rintracciandone sempre il comun denominatore politico.
Ad esempio quello che lega l’impegno dei Sem Terra in America Latina: per la sovranità alimentare, la filiera corta e l’agricoltura familiare, con le lotte di Roppa e di altre associazioni africane: contro gli Epa (gli Accordi di Partenariato Economico voluti dall’UE), contro gli agrocarburanti e le monoculture, con le vertenze dei movimenti europei contro gli OGM.
Certamente dire “avevamo ragione” non è sufficiente, ma essere tra coloro che possono affermare di aver capito cosa stava accadendo è già un risultato importante, soprattutto se in questi anni non si è rimasti con le mani in mano, ma si è lavorato per costruire movimenti in grado di cambiare la realtà e di condizionare le scelte politiche.
Questo è avvenuto a 360° in tutti i settori.
“Siamo di fronte ad una crisi di sovrapproduzione di capitali finanziari oltre che di merci; le riserve di prodotti finanziari della Banca d’America sono ampiamente superiori al PIL mondiale annuale. Con operazioni speculative sul terreno finanziario la Banca Centrale Europea attraverso la Banca Centrale spagnola può destabilizzare il sistema bancario Latinoamericano con rischi di forti ricadute sul sistema sociale di quel continente” così a Dakar Pedro Paez, ex ministro della Politica Economica nel governo Correa in Ecuador, ha attualizzato la storica denuncia del movimento sui rischi sociali di una sempre più crescente finanziarizzazione dell’economia. Paez oggi è presidente di una commissione che deve ridisegnare tutta l’architettura finanziaria del continente latinoamericano con l’obiettivo di renderlo autonomo da banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale.
Profetiche risuonano le parole pronunciate da Walden Bello a Genova nel 2001: “E’ una crisi di sovrapproduzione; gran parte dei profitti e dei capitali si sono mossi dal settore reale a quello finanziario..il settore finanziario non è in grado di stabilizzare il capitalismo”; l’analisi dell’economista filippino già allora si spingeva oltre “La crisi dei cambiamenti climatici si è acuita drasticamente e questa contrapposizione tra economia capitalista ed ecologia è risultata evidente”.  In assoluta continuità con queste riflessioni il forum di Dakar invita ad un percorso di mobilitazioni (Cop 17, una seconda Cochabamba, Terra Futura a Firenze ecc.) verso l’appuntamento Rio+20 del maggio 2012 sul destino futuro del pianeta.
Il rapporto sud/sud ha costituito il senso profondo del Forum che a Dakar ha raccolto quanto seminato nel 2007 quando a Nairobi si realizzò il primo forum mondiale in Africa.
Il Forum, massima espressione del percorso del movimento antiliberista, dopo dieci anni  si conferma come uno dei pochissimi luoghi dove è possibile analizzare la realtà globale ed elaborare alternative praticabili sullo scenario mondiale.
Di questi tempi non è davvero poco.

Dal Forum Sociale di Dakar.E’ la giornata dei moviemnti del Maghreb e di Lula. Brevi appunti in presadiretta

8 feb

La partecipazione di massa di delegazioni africane e l’elezione di un nuovo rettore all’università hanno prodotto il cortocircuito: decine di migliaia di persone sono a Dakar, ma all’ultimo momento le sale messe a disposizione dall’università sono diventate 40 anzichè le 150 previste, lasciando nel panico il comitato organizzatore alla disperata ricerca di soluzioni organizzative. L’incontro con il Social Forum Maghrebino si è svolto comunque ed ha affrontato sopratutto la situazione tunisina per la presenza di molti attivisti. I protagonisti delle “rivoluzione” sono non solo molto soddisfatti, ma anche estremamente ottimisti e, almeno quelli qui presenti, pur sottolinenado la centralità della lotta contro un sitema autoritario e mettendo quindi al centro la lotta per la democrazia e la libertà di espressione, non lasciano in secondo piano le questioni sociali. La ricchezza è aumentata, ma non vi è stata nessuna redistribuzione anzi le differenze tra una minoranza ricca e la povertà di gran parte della popolazione è aumentata; il debito estero prodotto dalle politiche della Banca Mondiale, i piani di aggiustamento strutturale del fondo Monetario, gli accordi commerciali imposti dall UE, nonchè le imposizioni dell’Organizzazione Internazionale del Commercio sono le cause principali dell’aumento dei costi dei beni primari ed in particolare del cibo che è la causa determinante della rivolta. Una rivolta che vede una partecipazione forte di intellettuali che rivendicano, quelli intervenuti al Forum, un ruolo di opposizione condotto da anni insieme a scrittori, avvocati e giornalisti; e mentre raccontano le repressioni subite negli ultimi anni parlano anche di un’Europa che fingeva di non vedere, pronta ad ignorare i diritti umani pur di avere Paesi “stabili” politicamente ed economicamente, in grado di continuare ad essere partner subalterni della Comunità europea. Tutti hanno voluto sottolineare la laicità delle “rivoluzioni” e, gli egiziani presenti hanno spiegato come l’influenza dei Fratelli Mussulmani, sia assolutamente ridotta: la divulgazione di notizie false su questo aspetto è il frutto di un’intossicazione mediatica prodotta dai regimi nel tentativo di ottenere il supporto dei Paesi europei. Purtroppo va registrata una presenza organizzata e molto aggressiva di marocchini pronti ad attaccare sempre ed ovunque la delegazione del Saharawi.Il governo del Marocco ha pagato il viaggio a circa 4-500 persone tra i quali molti membri del ministero dell’Interno, proprio con l’obiettivo di bloccare ogni discussione sull’occupazione del Saharawi, pratica purtroppo già registrata nei passati forum. Ora il timore del governo di Rabat è che le vicende egiziane e tunisine possano avere ricadute anche nel loro Paese. L’incontro con Lula è stato l’altro grande evento della giornata.L’Africa,l’America Latina e l’Asia – ha ripetuto più volte – sono i grandi produttori di cibo, nelle loro mani è il destino del mondo, deve crescere questa consapevolezza: questa è la vera forza che noi abbiamo per cambiare il destino del mondo. L’ex presidente dopo aver ricordato che la sua nazione è il secondo Paese per popolazione africana ha reso omaggio all’isola di Gorèe da dove sono partiti verso il Brasile milioni di schiavi; Lula ha attaccato pesantemente sia gli USA che l’Europa accusate di perpetrare pratiche coloniali: un attacco all’Europa così forte è certamente dovuto al luogo dove parlava, l’Africa, vittima storicamente del colonialismo europeo, ma tale attacco rappresenta anche il risultato di una scelta che pare irreversibile in Brasile e forse in tutta l’America Latina, ossia la costruzione sul terreno culturale, ma anche economico e sociale di un asse sud /sud. Una grande attenzione Lula ha rivolto alle rivolte del Maghreb: “Attenzione che la lotta per la democrazia sia sempre legata anche ad un miglioramente delle condizioni di vita sociale” Non sempre, ha proseguito, questo avviene;il modello che spesso ci viene proposto parla di democrazia ma è indifferente alle condizioni di vita di gran parte della popolazione. Inanto all’isola di Gorèe è stata presentata la carta dei diritti dei migranti sottoscritta da centinaia di associazioni di tutto il mondo….ma ora corro al Forum.

Do you remember Genova ?

21 dic

Do you remember Genova?
Più che agli studenti, ai precari, ai cittadini scesi in piazza il 14 dicembre, andrebbe chiesto a chi sta dall’altra parte dei manganelli: agenti, dirigenti di polizia e servizi segreti, ministri e sottosegretari, che a Genova c’erano e oggi sono ancora lì, nonostante gli scempi di allora e le condanne emesse dai tribunali.
Perché, insomma, sorprendersi se a Roma i filmati mostrano ragazzi e ragazze totalmente disarmati, rannicchiati a terra e pestati in strada?  Perché scandalizzarsi quando i fermati raccontano i soprusi, le ingiurie e le minacce subite? Perché meravigliarsi quando i verbali d’arresto esibiti davanti ai giudici risultano palesemente falsi?
Queste pratiche sono state sperimentate su larga scala e con modalità ancora più feroci alla Diaz, a Bolzaneto, a piazza Manin, nelle strade di Genova.
Nessuno ha mai davvero preso le distanze da quei comportamenti, e i  responsabili politici – in modo rigorosamente bipartisan – hanno confermato fiducia incondizionata anche ai dirigenti condannati in appello a Genova per reati gravissimi: parliamo di Gianni De Gennaro, coordinatore dei servizi segreti, di Francesco Gratteri, responsabile dell’Anticrimine, di Giovanni Luperi, direttore del Dipartimento analisi dell’Aisi e altri ancora.
Gli orrori di Genova G8 sono stati così legittimati e nove anni sembrano passati invano.
Il Corriere della Sera nei giorni scorsi ha pubblicato un’intervista con l’agente Drago, soprannome di Gianluca Salvatori, un assistente capo della polizia presente in piazza il 14. “Per noi”, ha detto Drago, “è una vocazione, abbiamo difeso Roma dai barbari (….) Da soli, in 25, abbiamo respinto 5 mila energumeni armati di “male e peggio”, picconi, accette: ma quando ci daranno qualcosa di meglio di uno scudo e un manganello? Dove sono gli idranti e i “capsulum” (un potente lancia-peperoncino)?”
Ebbene anche Drago nel 2001 era a Genova, nel VII nucleo del reparto mobile di Roma che per primo fece irruzione nella scuola Diaz, in una delle operazioni di polizia più violente e vergognose che si ricordino.
I capi reparto e i dirigenti sono stati condannati, i semplici agenti hanno invece scampato il processo perché irriconoscibili grazie al casco e al  fazzoletto sul viso. Il VII nucleo fu sciolto subito dopo il G8, ma nessuno ha pensato di mettere in discussione la “cultura” e la “pratica” delle forze di polizia, che sembrano fedeli allo scellerato “spirito di Genova”.
E allora perché meravigliarsi degli abusi del 14 dicembre e di un governo che vuole applicare il DASPO a chi difende i propri diritti?
Mentre i carabinieri attaccavano il corteo autorizzato delle tute bianche il 20 luglio 2001, nella centrale operativa dei carabinieri vi erano tre parlamentari di Alleanza Nazionale, e il 21, mentre la polizia attaccava il corteo pacifico, nella sala dei carabinieri stazionava Gianfranco Fini, all’epoca indiscusso capo dei Mantovano, dei Gasparri che oggi dicono quello che hanno sempre pensato.
Il centrosinistra, presente oggi  in Parlamento, ha cercato in ogni modo di archiviare Genova e la lezione che ne scaturiva, affossando la commissione parlamentare d’inchiesta, rinunciando ad incalzare la destra sul piano dei diritti costituzionali, rifiutando d’impegnarsi per un radicale ricambio di uomini e di cultura all’interno delle forze di polizia.
Oggi la Storia presenta il conto. Ieri al movimento di Genova, oggi agli studenti e ai lavoratori.

Vittorio Agnoletto portavoce GSF nel 2001 a Genova
Lorenzo Guadagnucci Comitato Verità e Giustizia per Genova

pubblicato su il manifesto del 21 dicembre 2010 con il titolo “L’agente Drago dal G8 a Roma”

Appello: ripartiamo dallo spirito di Genova 2001

4 ott

- il manifesto – Dieci anni fa centinaia di migliaia di persone, giovani e adulti, donne e uomini di tutto il mondo si diedero appuntamento a Genova per denunciare i pericoli della globalizzazione neoliberista e per contestare i potenti del G8, intenti a convincere il mondo che trasformare tutto in merce avrebbe prodotto benessere per tutti. Le persone che manifestavano a Genova erano parte di un grande movimento “per un mondo diverso possibile”. Era nato a Seattle nel 1999 con una grande alleanza fra sindacati e movimenti sociali, e ancor prima nelle selve del Chiapas messicano. Nel gennaio 2001 si era incontrato nel grande Forum sociale mondiale a Porto Alegre in Brasile che aveva riunito la società civile, i movimenti, le organizzazioni democratiche di tutto il mondo.
Quel movimento diceva che la religione del mercato senza regole avrebbe portato al mondo più ingiustizie, più sfruttamento, più guerre, più violenza. Che avrebbe distrutto la natura, messo a rischio la possibilità di convivenza e persino la vita nel pianeta. Che non ci sarebbe stata più ricchezza per tutti ma, piuttosto, nuovi muri, fisici e culturali, tra i nord ed i sud del mondo. Non la pacificazione, conseguenza della “fine della storia”, ma lo “scontro di civiltà”.
Avevamo ragione, e i fatti lo hanno ampiamente confermato. Ora lo sanno tutti. Ma dieci anni fa, per aver detto solo la verità, venimmo repressi in maniera brutale e spietata. La città di Genova fu violentata fisicamente e moralmente. Le regole di una democrazia, che sempre prevede la possibilità del dissenso e della protesta, vennero sospese e calpestate. Un ragazzo fu ucciso. Migliaia vennero percossi, feriti, arrestati, torturati. Eravamo le vittime, ma per anni hanno tentato di farci passare per i colpevoli.
Oggi le ragioni di allora sono ancora più evidenti. Una minoranza di avidi privilegiati pare aver dichiarato una guerra totale al resto dell’umanità e all’intera madre Terra. Dopo aver creato una crisi mondiale mai vista cercano ancora di approfittarne, rapinando a più non posso le ultime risorse naturali disponibili e distruggendo i diritti e le garanzie sociali messe a protezione del resto dell’umanità in due secoli di lotte. È un progetto distruttivo: ha prodotto la guerra globale permanente, l’attacco totale ai diritti (al lavoro e del lavoro, alla salute, all’istruzione, alla libertà di movimento, alle differenze culturali e di genere nonché alle scelte sessuali), la rapina dei beni comuni, la distruzione dell’ambiente, il cambiamento climatico e il saccheggio dei territori. Ormai è chiaro a tanti e tante, a molti più di quanti erano a Genova dieci anni fa, che solo cambiando radicalmente direzione si può dare all’umanità una speranza di futuro, impedendo la catastrofe che i poteri dominanti, sia pure in crisi, stanno continuando a preparare.
Proponiamo a tutte/i coloro che da quei giorni non hanno mai smesso di portare avanti le ragioni di allora e a tutte/i coloro che, pur non avendo avuto la possibilità di partecipare a quelle elaborazioni, ogni giorno costruiscono elementi di un mondo diverso con le loro lotte, le loro rivendicazioni, le loro pratiche, di costruire insieme da oggi le condizioni per incontrarsi a Genova nel luglio del 2011, per tessere reti più forti di resistenza, di solidarietà, di costruzione di alternativa alla barbarie e di speranza. Viviamo in un mondo che continua a non piacerci, un mondo che continua ad avere tutte le caratteristiche che abbiamo fortemente denunciato 10 anni fa, se possibile ancora più accentuate, attraversato da profonde crisi etiche, morali, democratiche che aggravano e rendono più pericolosa la crisi economica e finanziaria. Ma, allo stesso tempo, viviamo anche in un mondo che, a partire dal nuovo protagonismo dei popoli dell’America Latina, esprime un forte sentimento di cambiamento. Ripensare, recuperare, allargare ed aggiornare lo “spirito di Genova” che ha segnato una generazione può aiutare. Non a guardare indietro, a quella che ormai è storia, ma a guardare avanti, al futuro che abbiamo tutti e tutte la responsabilità di costruire. Invitiamo pertanto tutte/i coloro che sono interessate/i a condividere questo percorso ad un primo incontro che si terrà il 9 ottobre prossimo a Genova alle ore 11 presso il Circolo Autorità Portuale e Società del Porto di Genova in via Albertazzi 3r (zona Terminal Traghetti/Caserma Vigili del Fuoco).

Per aderire potete inviare una mail all’indirizzo versogenovaluglio2011@gmail.com.

Primi firmatari: Vittorio Agnoletto, Andrea Bagni, Enrica Bartesaghi, Norma Bertullacelli, Anna Bucca, Giacomo Casarino, Haidi Gaggio Giuliani, don Andrea Gallo, Giuliano Giuliani, Carlo Gubitosa, Giorgio Riolo, Raffaele K. Salinari, Alberto Zoratti