“Da Porto Alegre a Il Cairo” avrebbe potuto essere questo il titolo del Forum Sociale Mondiale di Dakar.
La rivoluzione egiziana, così come quella tunisina e come i sommovimenti sociali che in queste settimane attraversano diversi Paesi del Maghreb sono presentati dai grandi media italiani come movimenti di massa contro regimi autoritari.
Ma un’opposizione intellettuale in Tunisia esiste da tempo, spiegava a Dakar un rappresentante del sindacato scrittori, e coinvolge soprattutto giornalisti, avvocati e giudici, fortemente repressi dal regime nel silenzio dell’Unione Europea; ma tale repressione non aveva fino ad ora innestato una rivolta di ampie masse popolari.
Se si vuole capire cosa accade a Tunisi e a Il Cairo lo sguardo va rivolto verso Chicago. Il Commodity Stock Exchange di Chicago, la borsa di prodotti agricoli più importante del mondo è nelle mani di otto multinazionali occidentali che sono in grado di determinare i prezzi del mercato agricolo mondiale. Gli speculatori traggono guadagni impressionanti. In una anno, nel 2008, la Cargill ha aumentato i suoi profitti dell’86% portandoli a 1,03 miliardi di dollari, contemporaneamente in soli tre mesi il costo del riso sui mercati globali era aumentato del 59%, quello del grano del 61% e questa tendenza, seppur in forme diverse, è proseguita negli anni successivi.
Gli incentivi agli agrocarburanti, le speculazioni sui mercati delle materie prime, una domanda crescente di carne ed energia da parte dei paesi emergenti e una produttività agricola stagnante hanno provocato l’aumento del prezzo del cibo.
“La ricchezza complessiva nei nostri Paesi è aumentata, ma non vi è stata nessuna redistribuzione – hanno spiegato alcuni attivisti dei movimenti sociali maghrebini presenti al Forum – anzi le differenze tra una minoranza ricca e la povertà di gran parte della popolazione è aumentata; il debito estero prodotto dalle politiche della Banca Mondiale, dai piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario, dagli accordi commerciali imposti dall’Unione Europea, nonché dalle imposizioni dell’Organizzazione Internazionale del Commercio sono le cause principali dell’aumento dei costi dei beni primari che è la causa determinante della rivolta.”
Queste sono esattamente alcune delle conseguenze della globalizzazione liberista previste dal movimento altermondialista fin dal 1° Forum Mondiale a Porto Alegre e pochi mesi dopo a Genova nel 2001. A Dakar i movimenti hanno immediatamente colto le radici sociali delle rivolte maghrebine e le hanno sentite proprie; è al dominio liberista che si sono ribellate le masse nordafricane, oltre che al dittatore di turno.
Dietro le rivolte di queste settimane c’è anche il grande lavoro realizzato in questi anni da vari gruppi del nord Africa, che hanno condiviso il percorso del Forum e che, come già ricordava Luciana Castellina, hanno partecipato agli incontri regionali nel Mashrek e nel Maghreb.
Pur nella confusione di queste giornate, il Forum ritrova le ragioni profonde della propria esistenza nel verificare la correttezza delle analisi sviluppate nei dieci anni della propria vita e nella capacità di connettere tra loro le lotte che si realizzano da una parte all’altra del pianeta, senza limitarsi ad una generica solidarietà, ma rintracciandone sempre il comun denominatore politico.
Ad esempio quello che lega l’impegno dei Sem Terra in America Latina: per la sovranità alimentare, la filiera corta e l’agricoltura familiare, con le lotte di Roppa e di altre associazioni africane: contro gli Epa (gli Accordi di Partenariato Economico voluti dall’UE), contro gli agrocarburanti e le monoculture, con le vertenze dei movimenti europei contro gli OGM.
Certamente dire “avevamo ragione” non è sufficiente, ma essere tra coloro che possono affermare di aver capito cosa stava accadendo è già un risultato importante, soprattutto se in questi anni non si è rimasti con le mani in mano, ma si è lavorato per costruire movimenti in grado di cambiare la realtà e di condizionare le scelte politiche.
Questo è avvenuto a 360° in tutti i settori.
“Siamo di fronte ad una crisi di sovrapproduzione di capitali finanziari oltre che di merci; le riserve di prodotti finanziari della Banca d’America sono ampiamente superiori al PIL mondiale annuale. Con operazioni speculative sul terreno finanziario la Banca Centrale Europea attraverso la Banca Centrale spagnola può destabilizzare il sistema bancario Latinoamericano con rischi di forti ricadute sul sistema sociale di quel continente” così a Dakar Pedro Paez, ex ministro della Politica Economica nel governo Correa in Ecuador, ha attualizzato la storica denuncia del movimento sui rischi sociali di una sempre più crescente finanziarizzazione dell’economia. Paez oggi è presidente di una commissione che deve ridisegnare tutta l’architettura finanziaria del continente latinoamericano con l’obiettivo di renderlo autonomo da banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale.
Profetiche risuonano le parole pronunciate da Walden Bello a Genova nel 2001: “E’ una crisi di sovrapproduzione; gran parte dei profitti e dei capitali si sono mossi dal settore reale a quello finanziario..il settore finanziario non è in grado di stabilizzare il capitalismo”; l’analisi dell’economista filippino già allora si spingeva oltre “La crisi dei cambiamenti climatici si è acuita drasticamente e questa contrapposizione tra economia capitalista ed ecologia è risultata evidente”.  In assoluta continuità con queste riflessioni il forum di Dakar invita ad un percorso di mobilitazioni (Cop 17, una seconda Cochabamba, Terra Futura a Firenze ecc.) verso l’appuntamento Rio+20 del maggio 2012 sul destino futuro del pianeta.
Il rapporto sud/sud ha costituito il senso profondo del Forum che a Dakar ha raccolto quanto seminato nel 2007 quando a Nairobi si realizzò il primo forum mondiale in Africa.
Il Forum, massima espressione del percorso del movimento antiliberista, dopo dieci anni  si conferma come uno dei pochissimi luoghi dove è possibile analizzare la realtà globale ed elaborare alternative praticabili sullo scenario mondiale.
Di questi tempi non è davvero poco.

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