Appello per dire no alla rimozione della Storia e a celebrazioni rituali e vuote.

La strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 a Milano ha segnato la storia dell’Italia in modo tragico e simbolico. 17 morti nell’esplosione nella banca e la morte di Giuseppe Pinelli tre giorni dopo in Questura, la precostituita caccia agli anarchici e l’arresto, per anni, dell’innocente Pietro Valpreda. Fu il primo grave attentato di una lunga serie di identica matrice che hanno sconvolto il paese.

Quest’anno ricorre il cinquantesimo di quell’evento ma nel Paese, soprattutto tra le giovani generazioni, non si ha vera conoscenza dei contorni e del significato di quell’evento. È lontano nel tempo, certo, ma in questa ‘amnesia’ conta l’operazione di rimozione della storia che da tempo avviene. Se non si mantiene vivo lo studio e il racconto degli avvenimenti e la spiegazione del loro significato tutto finisce per diventare nebuloso, indistinto: con il passare degli anni responsabilità, complicità, disegni eversivi sbiadiscono e perdono significato.

E finisce per non essere più chiaro chi sono i colpevoli e di che cosa.

Invece oggi è più che mai urgente e indispensabile affermare ad alta voce che la strage di piazza Fontana è stato un momento cruciale di una stagione in cui settori importanti dello Stato insieme ad alcune forze politiche italiane e straniere attuarono una strategia del terrore che aveva come scopo un rivolgimento violento della democrazia italiana, un rafforzamento del blocco internazionale guidato dalla NATO e l’instaurazione di un regime autoritario capace di bloccare i grandi cambiamenti sociali che si stavano conquistando.

L’esecuzione fu fatta da gruppi neofascisti, la regia, il supporto e la protezione fu dei servizi segreti

italiani e americani. E per anni le questure e molte procure hanno coperto le responsabilità, deviato le indagini, fatto fuggire i responsabili.

Solo la grande partecipazione popolare e civile – quella che la strategia del terrore voleva spezzare – fu in

grado di bloccare la deriva  reazionaria. E solo il coraggio di alcuni – giornalisti, giudici, forze politiche – ha permesso che nel tempo emergesse la verità inequivocabile: la strage di piazza Fontana è una strage di Stato. Uno Stato nei cui apparati ricoprivano ruoli di rilievo esponenti di spicco del regime fascista, che pensavamo debellato per sempre con la lotta di Liberazione e il 25 aprile.

Il crimine del 12 dicembre, con il suo strascico di bombe nelle piazze e sui treni che ha insanguinato l’Italia per oltre un decennio e per cui ancora non esiste una verità giudiziaria palese, è un monito costante a ricordarci una faglia antidemocratica profonda e mai richiusa nel nostro Paese.

Monito fondamentale oggi, di fronte agli attacchi quotidiani alla Costituzione, allo svilimento delle istituzioni e al clima di frantumazione della coesione sociale.

Il cinquantesimo anniversario di Piazza Fontana sia un’occasione per affermare che conoscere la nostra storia è strumento essenziale per la difesa della democrazia, per scongiurare rivolgimenti e tragedie che abbiamo vissuto.

Aderiscono:  Licia Pinelli, Claudia Pinelli,  Silvia Pinelli, Vittorio Agnoletto, Gianni Berengo Gardin Claudio Bisio, Lella Costa, Fondazione Roberto Franceschi, Ugo La Pietra, Gaetano Liguori, Uliano Lucas, Francesco Maisto, Tinin e Velia  Mantegazza,   Luigi Mariani, Emilio Molinari, Moni Ovadia, Mauro Pagani, Silvano Piccardi, Basilio Rizzo, Paolo Rossi, Renato Sarti, Ranuccio Sodi, Lucia Vasini

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