Claudia Fanti,agenzia Adista

E’ nel segno del dialogo, della speranza e della lotta che si è aperto il 2 novembre, presso il Pontificio Collegio Mater Ecclesiae a Roma, il Terzo Incontro dei Movimenti Popolari, un passo oltre nel processo avviato nel 2014 per iniziativa di papa Francesco, allo scopo di creare uno spazio di incontro  e di auto-organizzazione per quell’ampio ventaglio di movimenti, grandi e piccoli, attraverso cui tutti coloro che sono stati da sempre relegati ai margini, anziché rassegnarsi all’ingiustizia, scelgono di resistere e di lottare, diventando, secondo le parole pronunciate dal card. Turkson nella plenaria di apertura dell’incontro, «costruttori di cambiamento». Un cambiamento di strutture di potere, di stili di vita, di modelli di produzione e di consumo, nel segno di quell’ecologia integrale su cui ha messo con tanta forza l’accento papa Francesco nella Laudato si’, evidenziando come l’umanità si trovi di fronte non a due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì a «una sola e complessa crisi socio-ambientale»: una sola minaccia, ha spiegato Turkson, con due diverse facce, quanto mai evidenti nel dramma degli sfollati, di coloro, cioè, che perdono la loro terra e la loro casa in conseguenza non solo delle guerre e dell’emarginazione sociale, ma anche delle attività minerarie, dell’agribusiness, delle catastrofi legate ai cambiamenti climatici. Ed è a loro, a tutti gli esclusi, al grande povero che è il nostro pianeta saccheggiato e ferito che rivolgerà la sua attenzione il nuovo “Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale” istituito da papa Francesco, in cui, dal primo gennaio 2017, confluiranno quattro Pontifici Consigli (Giustizia e Pace, Cor Unum, Pastorale migranti e Operatori Sanitari), con l’obiettivo, ha spiegato Turkson, il prefetto del nuovo organismo, «di favorire la creazione di un’economia al servizio della persona, di riunire tutti i popoli nel segno della giustizia e della pace e di proteggere la nostra sorella Madre Terra».

E quanto sia necessario che la riflessione iniziata a Roma nel 2014 e proseguita a Santa Cruz de la Sierra nel 2015 attorno alle tre parole chiave Terra, Casa e Lavoro – un percorso ricostruito dalla spagnola Xaro Castelló, del Movimento Mondiale di Lavoratori Cristiani – non solo venga portata avanti, ma si traduca concretamente in proposte alternative, lo ha evidenziato chiaramente João Pedro Stédile del Movimento dei Lavoratori Senza Terra (MST) e di Via Campesina, sottolineando come l’umanità si trovi a vivere «un tempo di crisi profonde»: la crisi del modo di produzione capitalista, ormai del tutto incapace di offrire futuro, esprimendo oggi nient’altro che «arretratezza, discriminazione ed esclusione»; la crisi ecologica, che vede il pianeta violentemente aggredito dal capitale, il quale si è appropriato dei beni della natura, minacciando la vita di tutte le specie; la crisi sociale, vissuta in ogni parte del mondo da tutti coloro che si vedono negare il diritto al lavoro, alla terra, alla casa; la crisi politica, che, ben al di là dei casi di corruzione, investe la sostanza stessa della politica, che è «corrotta in quanto sequestrata dal capitale», il quale «finanzia ed elegge chi vuole», svuotando radicalmente di senso quella «democrazia borghese nata dalla Rivoluzione francese» e oggi ormai priva di legittimità; e infine la crisi etica, che mette a repentaglio, in tutto il pianeta, i tre principi fondamentali della solidarietà, dell’uguaglianza e della giustizia, contro cui il capitale «predica esattamente il contrario: il consumismo, l’individualismo e l’egoismo», centrati sull’esaltazione del consumo come ideale di cittadinanza e su una salvezza individuale legata ai propri meriti, come se fosse possibile salvarsi da soli, liberarsi da soli.

E se Jockin Arputham, della Federazione Nazionale degli Abitanti degli Slum dell’India-Slum Dwellers International, ha invitato tutti a «parlare di meno e fare di più», non senza esortare la Chiesa a cedere almeno un parte della grande quantità di immobili di cui dispone, l’argentino Juan Grabois, del Movimento dei Lavoratori Esclusi e della Confederazione di Lavoratori dell’Economia Popolare, ha posto l’accento sulla necessità, in questo terzo incontro, di concentrarsi su «concrete proposte di cambiamento», invitando i movimenti a perseguire l’unità, quella difficile ricerca di un minimo comune denominatore nella lealtà e nel rispetto degli altri, e quattro altri principi fondamentali: organizzazione, coscienza, spirito elevato e cuore puro, azione”.

 

Portatori di speranza

Se, come ha sottolineato Stédile, l’umanità attraversa «un tempo di crisi profonde», è il tema della crisi della politica che ha dominato la riflessione della prima plenaria, quella su “Popolo e Democrazia”. Un tema di grande rilevanza, se è vero che mai come oggi la democrazia appare in difficoltà un po’ in tutto il mondo, al punto che, come ha evidenziato l’ugandese John Mark Mwanika dell’ATGWU (Amalgamated Transport and General Workers Union), persino i movimenti popolari e i sindacati, quelle realtà, cioè, che dovrebbero presentarsi come «campioni di democrazia», mostrano segnali di cedimento alle lusinghe di «un sistema politico sequestrato da un’élite che ha tutti i tratti di un club di golf». E se quella ugandese è, secondo Mwanika, una democrazia fittizia che esclude i cittadini da ogni vera partecipazione – «a causa del sistema di finanziamento, nell’agone politico entra solo chi ha i soldi» – e persino dal voto – «quando mia madre e mia sorella sono andate a votare alle elezioni dello scorso febbraio, si sono sentite dire che qualcuno aveva già votato al posto loro», non va molto meglio nei Paesi dell’America Latina, esposti a un’offensiva neoliberista che, come ha spiegato la brasiliana Beatriz Cerqueira, del Sindacato dei Lavoratori dell’Educazione (SindUTE), non esita a ricorrere a nuove modalità di golpe: colpi di Stato di nuova generazione, di natura parlamentare anziché militare, del genere di quelli di quelli verificatisi in Honduras contro Manuel Zelaya, in Paraguay contro Fernando Lugo e, ultimo della serie, in Brasile contro Dilma Rousseff.

Aprendo il suo intervento nel ricordo di Bertha Caceres, la dirigente indigena del popolo lenca (nonché una delle protagoniste del primo incontro dei movimenti popolari in Vaticano) uccisa in Honduras lo scorso marzo; delle 19 vittime del cedimento di due dighe di contenimento dei rifiuti tossici della società mineraria Samarco,  avvenuto nel novembre del 2015 nel comune di Mariana, in Minas Gerais; dei 43 studenti della scuola Normale Rurale di Ayotzinapa, nello Stato messicano di Guerrero, scomparsi nel settembre 2014; e di tutte le donne violentate, uccise, massacrate ovunque nel mondo («la questione del femminicidio deve essere presente in ogni riflessione», ha affermato richiamandosi alla campagna “Ni una a menos”) – tutti e tutte loro vittime di un sistema politico che non è al servizio della vita e del popolo – Beatriz Cerqueira si è soffermata sul colpo di Stato che si è consumato in Brasile, frutto di un’alleanza tra potere legislativo, potere giudiziario e mass media che, mirando al controllo di tutte le risorse naturali, ha già lanciato la sua feroce offensiva contro i diritti dei lavoratori. Che il capitalismo non abbia bisogno della democrazia, del resto, è ampiamente dimostrato dall’aggressione di cui è oggetto la politica «ogniqualvolta non si pone al servizio del capitale», come hanno potuto sperimentare – ha concluso Cerqueira mostrando un cartello con la scritta “Fora Temer”, il grido diventato parola d’ordine in tutto il Brasile – tutti i governi che hanno tentato la via di politiche di ridistribuzione del reddito.

Se il quadro è tutt’altro che incoraggiante, ci pensano tuttavia i poveri e i discriminati – ha evidenziato don Luigi Ciotti di Libera – a indicarci «la via del futuro e della speranza», quella speranza che non può essere costruita senza parti
re da chi è stato escluso, perché «la speranza o è di tutti o non è». Se la democrazia nasce per affermare la libertà e la dignità della persona – «non concetti astratti ma valori fondati sulla giustizia sociale» – «non basta che i diritti siano scritti sulla carta, ma devono diventare vita», comportare responsabilità, vale a dire la tutela dei diritti degli altri, che è poi è la maniera migliore di «difendere anche i nostri diritti». E se oggi – ha concluso Ciotti – abbiamo una democrazia di facciata, una politica senza voce che «va a rimorchio delle forze economiche e finanziarie», un «infiacchimento delle coscienze» – «dove sono le voci che si alzano contro la povertà, la disoccupazione, la disuguaglianza, i respingimenti?» – è necessario, affinché la democrazia torni a essere il potere del popolo, che si ponga nuovamente al servizio del bene comune, che riprenda le redini dell’economia, che impedisca l’appropriazione dei beni comuni da parte del capitale».

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