La guerra coloniale rimossa

Quarta puntata del reportage di Vittorio Agnoletto dal Festival di Locarno. Leggi la prima puntata, la seconda e la terza.

http://www.pressenza.com/it/2013/08/la-guerra-coloniale-rimossa/

Quarta puntata del reportage di Vittorio Agnoletto dal Festival di Locarno. Leggi la prima puntata, la seconda e la terza.

“Per questo Paese primitivo e barbaro l’ora della civiltà è ormai scoccata” sono le parole che appaiono in uno dei filmati che i registi Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi hanno recuperato in un archivio cinematografico privato e con i quali hanno costruito il film “Pays barbare” presentato in concorso a Locarno. Gianikian e Ricci Lucchi dagli anni ’70 lavorano sugli archivi storici, attraverso la loro professione hanno sviluppato un impegno continuo contro la guerra utilizzando il materiale documentale del passato per parlare al presente; con la loro produzione hanno attraversato tutto il ‘900, dall’inizio del secolo fino alla guerre balcaniche e oltre.

Dal 2004 al 2011 hanno cercato, senza alcun successo, di raccogliere in Italia i fondi necessari per produrre un documentario sulla guerra d’Etiopia del 1935-36 condotta dall’Italia fascista e conclusasi il 9 maggio 1936 con la Proclamazione dell’impero e l’assunzione della corona imperiale da parte di Vittorio Emanuele III. Il film è stato possibile solo grazie a fondi francesi e ad un contributo della Feltrinelli.

Il documentario inizia con le immagini di Piazzale Loreto (datate per errore 19 aprile e non 29 aprile) che inquadrano a lungo il corpo di Mussolini; Yervant Gianikian spiega che hanno scelto d’iniziare il film con quelle immagini riflettendo attorno alle frasi di Calvino sul corpo del Duce: non esistono immagini dei massacri compiuti da Mussolini ma solo quelle del corpo di Mussolini, immagini che ogni dittatore dovrebbe tenere sul proprio comodino. Il regista sottolinea con amarezza il confronto tra la folla immensa che applaudiva i discorsi del Duce in piazza Venezia e la moltitudine che in piazzale Loreto esultava per la morte di Mussolini “..sono lo stesso popolo, la stessa folla, lo stesso Paese.”

Una donna etiope è inginocchiata con una veste aperta sul seno, un militare barbuto italiano le insapona la testa mentre scorrono le didascalie che per definire gli etiopi parlano di barbari, primitivi, razziatori e bigami.

La conclusione mostra una danza di ragazze etiopi seminude riprese da telecamere compiacenti esperte nell’inquadrare particolari salienti e nella testa degli spettatori italiani corre veloce il richiamo a recenti vicende di casa nostra che rendono superflue le parole di commento.

“Nei filmati che mostriamo” spiegano i registi “si parla degli etiopi in modo zoologico, come fossero animali, e oggi qualcuno parla allo stesso modo degli immigrati o addirittura di una ministra (ndr. chiaro il riferimento alle parole di Calderoli nei confronti della ministra Cecile Kyenge). Mentre lavoravamo sui materiali d’archivio non avremmo mai pensato che simili parole tornassero così attuali.

Dalle lettere inviate dai soldati italiani in Etiopia alle loro famiglie – continuano gli autori – emerge come la maggioranza dei nostri concittadini combattenti in Africa fossero poveri, contadini, molti addirittura analfabeti ed infatti scrivono delle loro mucche, preoccupati per le condizioni economiche dei congiunti che, privati di valide braccia per lavorare i campi, sono destinati ad impoverirsi.

Le immagini che mostriamo nel film testimoniano ancora una volta come non sia mai esistito un colonialismo buono, nemmeno quello italiano; in Etiopia ci fu anche l’uso di gas proibiti con migliaia di morti. La retorica nazionale ha sempre sostenuto ad esempio che è grazie al colonialismo italiano che sono state costruite le strade, ma è bene ricordare che queste servivano per l’esercito non per fare transitare gli africani coi loro carretti.”

Nelle immagini che scorrono ad un certo momento appaiono in primo piano le autorità religiose, “La Chiesa ha partecipato all’occupazione – afferma Yervant Gianikian – perché a tutti, anche alla sinistra, piaceva avere un Impero. Anche per questa ragione quella pagina della nostra storia e’ stata rimossa. E comunque l’arrivo della “civiltà” contemplava anche la religione.

Ma la storia riserva delle sorprese: i barconi che arrivano oggi sulle nostre coste trasportano gli ex colonizzati che arrivano dai colonizzatori.”

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