Si chiude  Vienna la conferenza sull’AIDS tra qualche risposta e molti interrogativi.

– LO STATO  è ANCORA RESPONSABILE DELLA SALUTE PUBBLICA? –

La conferenza ha sancito l’avvio precoce delle terapie antiretrovirali, che dovranno essere prescritte non più sotto la soglia dei 200 CD4 ma già quando i CD4 scenderanno sotto i 350. Nei prossimi mesi tutti i Paesi che non l’hanno ancora fatto adegueranno le loro linee guida.
Resta invece totalmente aperta e controversa l’ipotesi (illustrata e criticata ieri dal sottoscritto in questo stesso sito) della profilassi preinfezione, ossia della somministrazione di terapie atiretrovirali a soggetti sieronegativi con comportamenti a rischio.
Discutendo e commentando questa proposta, più di un ricercatore, di fronte alle mie obiezioni, ha commentato: “dobbiamo ormai prendere atto che la prevenzione è fallita”; non resta che somministrare preventivamente le terapie ai soggetti a maggior rischio d’infettarsi.
Anche se si volesse prescindere dagli interessi espliciti delle aziende farmaceutiche, non credo sia necessario essere dei medici per rendersi conto della gravità di tali affermazioni; secoli interi di politiche di sanità pubblica verrebbero cancellate, la medicina preventiva verrebbe azzerata in nome del trionfo dei farmaci e soprattutto di chi li produce. Senza per altro bloccare l’infezione: non si può certo pensare di mettere in terapia centinaia di milioni, e forse un miliardo, di persone.
A Vienna è stato lanciato un primo sasso nello stagno nel tentativo di cambiare il paradigma fondante sul quale è nato l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità): la responsabilità degli stati verso la salute pubblica. E’ necessario aprire velocemente un confronto su questi temi innanzitutto tra gli operatori sanitari e poi nella pubblica opinione, prima che sia troppo tardi.

TERAPIE E RICERCA
In questi giorni non vi sono stati annunci clamorosi relativi alle terapie, non vi sono all’orizzonte nuove classi di farmaci; piuttosto la ricerca è orientata ad ottimizzare l’utilizzo di quelli già disponibili, a ridurre la comparsa delle resistenze e degli effetti collaterali e a studiare nuovi prodotti ma sempre interni alle famiglie farmacologiche già disponibili da anni. Anche il dibattito sul vaccino è stato sullo sfondo, per non dire quasi completamente assente, segno delle difficoltà oggettive della ricerca, difficoltà che smentiscono gli annunci eclatanti, periodicamente rilanciati da qualche ricercatore in cerca di pubblicità e da qualche giornale alla ricerca di un titolo sensazionale. Ma la mancanza di riflettori sul vaccino corrisponde anche ad una precisa strategia delle multinazionali che lavorano per trasformare l’AIDS in una patologia cronica in grado di legare per decenni milioni di persone ai loro prodotti. Questa è la ragione per la quale i finanziamenti per il vaccino sono negli ultimi anni crollati e sostenuti soprattutto dalle fondazioni caritatevoli.
Prosegue invece, lontano dai riflettori, la ricerca di base, biochimica e anche neurocomportamentale; in questo campo, molto specifico, vi sono stati ad esempio contributi interessanti per valutare l’importanza della componente infiammatoria nelle manifestazioni cerebrali dell’infezione da HIV. Una corretta comprensione di questi fenomeni potrebbe aiutare significativamente la riduzione di tali conseguenze, ad esempio integrando terapie antiretrovirali con terapie antinfiammatorie. Interessanti anche alcuni contributi su come la presenza di una situazione cronica di infezione da HIV produrrebbe un aumento dei rischi verso alcune patologie correlate in genere ad una maggiore età di 10-15 anni rispetto a quella reale della persona HIV+.  (Su questi complessi temi da settembre sarà possibile trovare materiale qualificato sul sito www.malattie-infettive.it gestito da Andrea Tomasini ).


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