Alla terza giornata della Conferenza spunta la proposta della “Profilassi pre-infezione”; prima viene presentata in una sessione affollatissima solo come un’ipotesi, ancora molto lontana, per ora sperimentata solo sugli animali, poi in un poster, tra le varie centinaia di quelli appesi nella grande hall, compare il report di un progetto già sperimantato in Africa.

“Profilassi pre-infezione” significa somministrare una terapia a persone sieronegative, quindi non infettate, ma ad alto rischio di venire in contatto con il virus a causa di propri comportamenti. Ad esempio è stato citato il caso di coppie sierologicamente discordanti, dove uno dei partner è sieropositivo e l’altro sieronegativo, o situazioni nel mondo gay ove è ipotizzata un’alta promiscuità sessuale.

I primi dati indicherebbero la capacità della terapia pre-infezione di garantire una discreta protezione contro il rischio di contrarre l’HIV, ma contemporaneamente, dopo un determinato periodo, si svilupperebbero delle resistenze che renderebbero necessario passare ad una seconda linea terapeutica, maggiormente complessa. Il soggetto sieronegativo sottoposto a terapia rischierebbe in sostanza di bruciarsi una delle possibilità terapeuttiche, e non sono molte, ancora prima di essersi eventualmente infettato. Fino a qui le osservazioni dei ricercatori.

Ma a mio modesto parere la questione principale è decisamente un’altra e di enorme rilevanza. Anzichè intervenire su comportamenti a rischio rilanciando la prevenzione  e le campagne di sensibilizzazione, si sceglie di rinunciare a provare a modificare tali comportamenti e si sceglie di somministrare terapie “pesanti” a persone sane. Oltretutto con il rischio di favorire l’idea di essere comunque protetti e quindi finendo per “sdoganare” e rendere più frequenti i comportamenti a rischio: “tanto ho ingerito il farmaco, mi proteggerà, posso fare quello che voglio”. è bene precisare che non stiamo parlando di un vaccino, che si assume una volta e garantisce per sempre  l’immunità, ma di farmaci normalmente utilizzati per la terapia di persone HIV+.

In tal modo tutti si deresponsabilizzano: gli Stati dal dover realizzare interventi preventivi e i singoli dal dover evitare comportamenti a rischio. Nessuno sembra inoltre preoccuparsi più di tanto dei possibili effetti collaterali prodotti in un organismo sano da farmaci così impegnativi. In tutto ciò non mancano gli aspetti grotteschi: la terapia andrebbe assunta dalle persone sane ad una determinata distanza temporale dal rapporto sessuale (quale distanza non si sa ancora, ma  stanno cercando di determinarlo con delle ricerche ad hoc).

Nel caso poi uno dei partner cambiasse idea e il rapporto venisse consumato più tardi, la mattina dopo ad esempio, cosa accadrebbe? Potrebbe un domani essere accusato di essere il responsabile dell’eventuale infezione della/del partner ? Ovviamente sto ragionando per assurdo, ma credo che sia necessaria un’attenzione fortemente critica verso progetti simili che rischiano veramente di ribaltare  secoli di storia della lotta per la salute, in nome di interessi specifici delle grandi case farmaceutiche. Infatti, per semplificare – ma poi non tanto- : all’idea di sanità pubblica e di tutela della salute si sostituirebbe la medicalizzazione della società.

Il punteggio più basso è per l’Italia.

Oggi è stato presentato il “Country Donor Report Cards” ossia, come fanno normalmente le agenzie di rating quando analizzano la situazione economica di uno Paese, è stato attribuito ad ogni nazione un giudizio sulle promesse mantenute nei confronti del Fondo Globale per la Lotta contro l’AIDS, la TBC e la Malaria. Nell’elaborazione realizzata dall’ “Osservatorio AIDS” l’Italia èrisultata ultima con il grado “E-“ avendo promesso per il periodo 2008-2010 130 milioni di Euro/anno e avendone versato invece solo un terzo: nulla infatti è stato dato per il 2009 e il 2010. Ogni commento sarebbe del tutto superfluo.

“Immorale, non può entrare negli USA”

Stamattina, in plenaria, l’attivista indiana Meena Saraswathi Seshu ha presentato il programma SANGRAM per celebrare il “Jonathan Mann Memorial Lecture”. SANGRAM èun progetto di lotta all’AIDS con al centro i diritti delle comunità più deboli ed emarginate dell’India. Meena ha concluso parlando delle sex workers e denunciando che ad una di loro, conosciuta per il suo attivismo, è stato rifiutato l’ingresso negli USA come persona considerata “non morale”. Meena ha chiesto, tra gli applausi dei congressisti che la prossima Conferenza, prevista per il 2012, non sia celebrata negli Stati Uniti, a meno che non siano cancellati simili provvedimenti discriminatori.

Una proposta non a caso in forte sintonia con il pensier di  Jonathan Mann, uno dei primi direttori del programma mondiale di lotta all’AIDS, vero simbolo della lotta per i diritti delle persone sieropositive, tragicamente scomparso anni fa in un incidente aereo.

“La tragedia, evitabile, della trasmissione materno-fetale”

Una delle drammatiche conseguenze dell’alto costo dei farmaci viene pagato dai più deboli e indifesi fra tutti: i bambini. E’ una verità’ da sempre conosciuta, ma vederselo sbattere in faccia con una serie di diapositive fa sempre male, o bene, se potesse almeno servire a far modificare le politiche del WTO sui brevetti farmaceutici. Ma questo non è all’ordine del giorno. In occidente attraverso la prevenzione, il cesareo e sopratutto la disponibilità dei farmaci si è riusciti a ridurre quasi a zero la trasmissione materno-fetale; in Africa ancora moltissime donne sieropositive partoriscono senza alcun intervento farmacolgico generando bambini sieropositivi. Pur nell’egoismo di chi guarda solo il proprio tornaconto, questa situazione sarebbe modificabile con uno sforzo economico decisamente contenuto, se confrontato con gli enormi profitti delle case farmaceutiche. Invece siamo ancora qui a raccontare questa infamia e a dichiarare che per il 2015 si prevede di ridurre a livello mondiale la trasmissione materno fetale sotto il 5%. Parole che con molta probabilità finiranno nel nulla.

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