– articolo di Checchino Antonini, da Liberazione del 18 luglio 2010- «Quante volte abbiamo detto che il movimento è carsico. Ecco il movimento è proprio come l’acqua. Ogni tanto riemerge. E la grande avventura che ha prodotto un milione di firme per la ripubblicizzazione dell’acqua è cominciata proprio da Genova. E se finisce nei giorni del luglio è un cerchio che si chiude, una sorta di restituzione». Vittorio Agnoletto, medico della Lila, diventò il portavoce del Genoa social forum. Nove anni fa le giornate del luglio dovevano servire a lanciare grandi campagne contro il neoliberismo. Invece il G8, gli spari, le torture, il corpo di Carlo a terra, senza vita, e quelli di altre trecentomila persone in fuga dalle cariche violentissime di polizie di ogni tipo. «Siamo stati espropriati, da quelle cariche, della proposta civile con cui eravamo venuti a Genova – spiega Francesco Barilli, per tutti Baro, scrittore e mediattivista – poi le vicende politiche ci hanno espropriato anche del No alla guerra. Se cerchi il popolo di Genova, però, lo puoi trovare nel milione di firme per i referendum sull’acqua pubblica. Tutto è iniziato da qui».
«L’acqua è un elemento per cui lottare, per cui resistere al mercato che ci vorrebbe divorare», dice Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, tra i promotori dell’incontro di diverse generazioni di testimoni di storie che non dovevano accadere ma che bisogna continuare a racccontare per inseguire un desiderio invincibile di verità e giustizia. Cucchi, Uva, Aldrovandi, Pinelli, Fausto e Iaio, Biagetti. La sala che ascolta le storie è in Piazza De Ferrari. La sala è piena, 200 persone, ma la domanda su dove siano finiti quei 300mila si ripresenta ogni anno nei giorni del ricordo.
«In vista di Seattle – prende a raccontare Marco Trotta, 35 anni, bolognese d’adozione – i movimenti scoprirono una bozza di accordo internazionale che voleva impedire che nei singoli stati fossero ostacolate le privatizzazioni dei beni comuni. Quell’accordo del Wto saltò. Succederà anche col decreto Ronchi». Trotta è attivo nella campagna “Un’altra Hera” che si oppone alla multiutility “di sinistra” che da Bologna fa affari su acqua e rifiuti lungo la via Emilia e giù fino a Caserta dove gestisce una centrale turbogas. Si oppone alla raccolta porta a porta, non investe nelle infrastrutture ma ha aumentato le tariffe dell’acqua perché i bolognesi sarebbero così virtuosi da limitare i consumi e, di conseguenza, i suoi profitti. Una sua controllata, a Imola, è nell’occhio del ciclone perché, secondo una denuncia, sfrutta a livelli di schiavismo la manodopera migrante. Una Rosarno padana. «Le violenze delle polizie ci hanno spinto a occuparci di altro – conferma Italo Di Sabato, dell’Osservatorio Prc sulla repressione – ma il filo rosso tra Genova e la campagna referendaria è fortissimo».
«Il tempo non aiuta. Perché certe tensioni vengono meno. E anche la solitudine non aiuta», dice Mauro Collina che girava per la sua Bologna insieme a Francesco Lo Russo, militante di Lotta continua ucciso nel marzo 77 da un carabiniere che non sarebbe mai stato processato. Ma il tempo è galantuomo, a volte, e il movimento è carsico. Come l’acqua. Meglio se pubblica.

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