-di Checchino Antonini-

È stato attaccato al telefono e al computer per tutta la sera di martedì e poi fino a notte. Era in viaggio per Pisa, motivi di lavoro non rinviabili. Così, Vittorio Agnoletto ha vissuto da lontano l’attesa della sentenza Diaz. Nove anni fa era il portavoce del Genoa social forum. Si precipitò ai cancelli del dormitorio assalito da centinaia di poliziotti travisati ma, come accadde a legali e parlamentari, fu stoppato da chi ripeteva che fosse una «normale perquisizione» e che quel rosso che impiastrava volti e vestiti fosse pomodoro e sangue rappreso dagli scontri di piazza.

Ora racconta a Liberazione di come sia restato in contatto tutta la sera con i genovesi. Fino alla comunicazione commossa: «Tutti colpevoli, tutti condannati!». Poi subito su facebook. «Non c’è solo la razionalità, c’è anche l’emotività», confessa. Il primo messaggio è stato questo: «”Finalmente un po’ di giustizia! Adesso chiediamo le dimissioni di De Gennaro e di tutti i condannati”. È stato un messaggio positivo».

Che cosa c’entra De Gennaro con la sentenza di ieri?

La sentenza ha tanti aspetti importanti, uno di questi è che non condanna solo i superiori diretti degli esecutori materiali (Canterini e i suoi capisquadra) ma riconosce le responsabilità di tutti i vertici. Si dice, insomma, che non si trattò di uno scatenamento di violenza improvvisa e per poco tempo al di là del portone della Diaz. Si dice che fu un’azione programmata, premeditata. E De Gennaro, allora capo della polizia, ha sempre dichiarato che colpire i suoi dirigenti che erano sul posto sarebbe stato come colpire lui. D’altronde sarebbe impensabile che Gratteri, Luperi, Caldarozzi avessero agito di loro iniziativa, in una situazione del genere, senza informare il capo. Ora, la magistratura s’è fermata al penultimo piano della catena di comando ma in tribunale è stato annunciato già il ricorso contro l’assoluzione di De Gennaro stesso per la presunta istigazione alla falsa testimonianza di Colucci, il questore di quei giorni.

Rimuovere i condannati e dimissionare De Gennaro: ha senso chiederlo in questo contesto politico?

Questa è una richiesta dovuta perché chi operò alla Diaz è arrivato da allora in posizioni chiave per la sicurezza di tutti gli italiani. A partire da De Gennaro che, grazie al governo Prodi, è capo di tutti i servizi segreti. Non è un caso che, poche ore dopo la sentenza, Mantovano e i vertici del Pdl dichiarino che non si sognano di rimuovere chicchessia. Fini e Mantovano, che è stato sottosegretario agli Interni, hanno sempre accusato il movimento per le violenze di Genova e sono i mandanti politici di quella repressione. Oggi c’è un governo fotocopia. Chissà cosa avrebbe dichiarato Scajola, in quei giorni al Viminale, se non fosse alle prese con i suoi guai giudiziari?!

Ma una richiesta del genere non può rimanere patrimonio di chi era a Genova.

È vero, serve una campagna ampia, democratica, che chieda che queste persone vengano allontanate a tutela della collettività, non deve essere una partita a scacchi tra il movimento e loro, ma una mobilitazione vasta a garanzia dei diritti collettivi. Sul terreno istituzionale torniamo a chiedere l’istituzione del reato di tortura e del codice di riconoscibilità per chi opera travisato in servizio di ordine pubblico.

Sembra che ci sia una sorta di emergenza sicurezza al contrario. Questo tipo di polizia sarebbe la causa dell’insicurezza.

Tutti noi ci sentiamo più insicuri perché ai vertici ci sono persone responsabili di episodi gravissimi.

C’entra qualcosa con l’escalation di denunce di abusi di polizia anche fuori dai contesti immediatamente più politici?

È evidente che il clima è cambiato dopo il clamore dei casi Aldrovandi, Cucchi, Gugliotta. La stampa sembra più libera di parlarne, l’opinione pubblica è più disincantata. Probabilmente questo ha aumentato l’aria da respirare per i magistrati genovesi. Stavolta hanno potuto agire nell’autonomia senza la cappa micidiale che c’era ai tempi della prima sentenza. Purtroppo tutto ciò lo dobbiamo a quei ragazzi morti o pestati e al coraggio delle loro famiglie.

Anche stavolta, però, resta fuori il Gsf dall’elenco delle parti lese cui viene riconosciuto un risarcimento.

Aspettiamo la lettura delle motivazioni per capire meglio. Forse è successo per prestare meno il fianco alle polemiche ma forse è un errore perché il Gsf ha rappresentato il momento più alto di unificazione e democrazia interna dal dopoguerra. Quel percorso è stato brutalmente interrotto proprio dalla repressione: abbiamo dovuto investire risorse e cambiare le nostre priorità per rispondere alla repressione e affrontare i processi, e a finire in secondo piano sono state tutte le altre tematiche antiliberiste. Il Gsf ha pagato quelle violenze non solo materialmente – i computer e altri materiali distrutti e le persone picchiate – ma c’è stato un prezzo fortissimo in termini di identità: a un certo punto siamo diventati quasi autoreferenziali.

Vuoi dire che da quelle giornate violente è iniziato il declino del movimento no global?

In realtà allora c’è stata una reazione immediata, siamo riusciti a produrre il social forum a Firenze, ma certo la scala delle priorità e l’uso delle risorse – e dunque anche il nostro percorso – ne hanno risentito fortemente. Ampi settori furono molto spaventati dalla repressione e non ci hanno seguito su quella strada, penso a tutta l’area di Lilliput. Dunque la risposta alla domanda è: sì. Pensa se fossimo arrivati ad affrontare questa crisi globale con un movimento che sapeva parlare ai ceti popolari, che fosse una forma di educazione di massa. Invece ci siamo dovuti occupare della difesa di noialtri. La sentenza di ieri rafforzerà il percorso per affrontare il decennale del 2011 in modo non rituale, la prima riunione ci sarà sabato prossimo e partiremo da due elementi: avevamo ragione, ora ci riprendiamo le nostre ragioni.

Purtroppo sembra, stando alle reazioni sulle agenzie, che il dibattito politico stia prendendo un’altra piega.

Il centrosinistra sta zitto o balbetta e la destra è aggressiva, molto, con la magistratura. In fondo la destra rivendica come suo quello che è accaduto ed emerge un’idea inquietante di impunità di stato per qualcuno, che sia la polizia o il premier.

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