Lavori in corso – Osservatorio Europa –

Dal 27 al 30 luglio dello scorso anno una delegazione del Comitato per la prevenzione della tortura (il caso vuole che l’abbreviazione dell’istituzione sia proprio Cpt) del Consiglio d’Europa ha visitato l’Italia, con lo scopo di esaminare la politica dei respingimenti del nostro Paese, di capire come venivano individuati i migranti in mare e quali procedure venivano a quel punto avviate. Pochi giorni fa il Cpt ha pubblicato il resoconto di quella visita: una denuncia che ha fatto il giro di tutt’Europa, con una grande risonanza mediatica anche in Italia. Ma qual è il contenuto di quel dossier? Anzi tutto, occorre precisare che la delegazione del Consiglio d’Europa ha incontrato, oltre ai rappresentanti istituzionali del governo, responsabili dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Guardia Costiera e della Marina militare. Ha intervistato persone che si trovavano in varie strutture di identificazione: il centro di ricezione dei migranti irregolari di Caltanissetta, due centri per minori sempre in Sicilia, il Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, a Roma. Riguardo alla collaborazione da parte delle autorità, come si legge nel testo del rapporto, il livello di cooperazione a livello locale è stato soddisfacente ma non quello dell’apparato centrale: alla delegazione è stato negato l’accesso a varie informative e documenti che aveva richiesto, altre informazioni chieste in precedenza non sono state fornite, tutti gli incontri con la Guardia di Finanza si sono svolti in presenza di un rappresentante del Ministero dell’Interno…Questa prima denuncia ha un preciso rilievo formale: è in contraddizione con l’articolo 8, paragrafo 2, della Convenzione europea per la prevenzione della tortura e dei trattamenti degradanti o punitivi. Inoltre, il Comitato si rammarica di aver appreso dalla stampa e non dalle istituzioni, proprio nei giorni della sua visita in Italia, dello svolgersi di un’operazione di respingimento. L’analisi della delegazione ha riguardato le sette operazioni simili che si sono svolte tra il 6 maggio e il 31 luglio 2009: secondo i dati forniti dall’Italia, 602 immigrati (più di 900 per l’Agenzia dell’onu per i rifugiati, l’Unhcr) in quel periodo furono respinti verso la Libia e 23 rimandati in Algeria. Almeno sette di loro erano probabilmente minorenni, alcune donne erano incinte. Su 623 imbarcazioni seguite e contattate complessivamente dall’Unhcr, 97 avrebbero avuto diritto a una forma di protezione internazionale: ciò nonostante, il Governo italiano ha dichiarato che nessuno dei migranti respinti ha fatto domanda di asilo e che, di conseguenza, non vi è stata la necessità di identificarli e verificarne la nazionalità! Ma ovviamente, come sottolinea anche il Cpt, le condizioni in cui si trovavano i migranti non erano tali da permettere loro di avere piena consapevolezza della possibilità di presentare domanda di asilo. Dopo un’attenta disamina dei presupposti legislativi della politica dei respingimenti attuati dall’Italia, il comitato del Consiglio d’Europa analizza ogni operazione effettuata, citando particolari a dir poco scandalosi. Il 6 maggio, ad esempio, 231 migranti, tra i quali quattro donne incinte, furono trasportati in Libia in 12 ore di viaggio, senza cibo e con una quantità insufficiente di acqua. Stesso trattamento per altre 82 persone respinte il 1 luglio 2009; sei di loro hanno sostenuto di essersi feriti nel corso dell’operazione e di essere stati poi trasferiti in ospedale una volta arrivati in Libia. Non è chiaro come ciò sia potuto accadere: per questo il Cpt chiede un’indagine approfondita sul trattamento riservato ai migranti.

Per tutte queste gravi inadempienze del nostro Governo, il Cpt chiede di rivedere la politica di intercettazione dei migranti in mare: non è tollerabile la violazione del principio di non refoulement (non respingimento) contenuto nell’articolo 3 della Convenzione europea sui Diritti umani, sottoscritta dall’Italia. Secondo quanto sancito dalla Convenzione, a tutte le persone deve essere garantito il diritto di presentare una domanda di richiesta di protezione internazionale, dopo aver ricevuto le necessarie cure mediche e l’assistenza di cui hanno bisogno. La Libia, si legge ancora nel testo, non è considerata un Paese sicuro dal punto di vista del rispetto dei diritti umani: il rischio di tortura e maltrattamenti per chi viene respinto verso quello Stato è altissimo.

La denuncia e la richiesta del Cpt sono, in conclusione, chiarissime: il governo italiano è sotto accusa e non potrà ignorare questo pesante richiamo internazionale.

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