10 domande a Vittorio Agnoletto dal sito di Slow Food

* Il Commissario europeo alla Salute e Politica dei consumatori John Dalli ha concesso giorni fa l’autorizzazione alla coltivazione della patata gm Amflora, prodotta dalla multinazionale Basf, e ad altre tre varietà di grano gm. Poco prima, una sentenza del Consiglio di Stato italiano invece obbligava il ministero dell’Agricoltura a istruire, entro 90 giorni (scadenza 19 aprile), la pratica per decidere se rilasciare l’autorizzazione alla semina di varietà di mais gm iscritte a catalogo comunitario. Il Ministro Luca Zaia dal canto suo si professa da sempre contrario agli ogm.
Quale è la sua posizione riguardo agli ogm, tematica così controversa?

Negli ultimi anni abbiamo avuto nuove conferme scientifiche sul fatto che, da un lato, non esistano effetti benefici degli Ogm (esclusi quelli sui bilanci delle industrie biotech…), e che, dall’altro, siano numerosi e gravi i danni provocati all’ambiente, alla biodiversità, alla salute (IAASTD – International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development”), per non citare quelli economici e sociali dovuti ai brevetti, una importante concausa della fame nel mondo.

Se dovesse servire un’ulteriore argomentazione per dire no agli Ogm, è da ricercare negli interessi dei produttori e dei contadini. La tecnologia Ogm, unita all’effetto della brevettazione (privatizzazione delle risorse e dei beni comuni), è infatti una vera e propria tecnologia “imperiale” che conferisce a chi la detiene (non certo gli agricoltori) un controllo ancora più stretto ed esclusivo delle filiere e dei cicli produzione/consumo.

Noi, al contrario, vogliamo favorire al massimo la capacità dei nostri agricoltori di promuovere scelte produttive libere e socialmente accettate.

La sentenza del Consiglio di stato non introduce, nemmeno surrettiziamente, la coltivazione degli Ogm ma obbliga il Governo ad istruire la pratica che, alla fine, dovrà sancire se rilasciare l’autorizzazione alla semina o rifiutarla.

È l’occasione per smetterla con la politica degli annunci perseguita fin qui dal ministro Zaia e passare ai fatti. Se fosse vero che l’orientamento del ministro è contro gli Ogm e se fosse condiviso dal governo, allora si dovrebbero adottare azioni e pratiche conseguenti, per assicurare il rispetto della volontà ampiamente prevalente dei cittadini italiani contraria agli organismi geneticamente modificati.

Così, se tale è la volontà del governo allora si adottino provvedimenti legislativi che permettano alla volontà popolare di esprimersi anche introducendo forme di consultazione referendaria propositiva, di cui la Regione Lombardia potrebbe farsi promotrice.

Tipicità, tracciabilità, genuinità, legame inscindibile territorio-storia-cultura. Queste sono le peculiarità della nostra produzione agroalimentare conosciuta in tutto il mondo.
Quali saranno le sue iniziative a tutela dei prodotti enogastronomici tradizionali?

L’obiettivo di restituire alla produzione agricola una dimensione legata al territorio è uno dei primi compiti per superare i disastri indotti dalla omologazione dell’agricoltura italiana al modello dell’ attuale globalizzazione neoliberista, del massimo sfruttamento delle risorse e della liberalizzazione dei mercati.

Tipicità, tracciabilità, genuinità, legame inscindibile territorio-storia-cultura sono certamente valori culturali ma il loro recupero può e deve essere l’elemento centrale per ridefinire nuove pratiche economiche e sostenere modelli di produzione e consumo socialmente utili.

In una fase come questa, in cui le Regioni assumono sempre più autonomia e ruolo nelle scelte in materia agroalimentare, serve una forte azione legislativa regionale di sostegno e valorizzazione ma, soprattutto, serve una nuova capacità di orientamento e di coordinamento dei molti strumenti già a disposizione, attualmente fra di loro scoordinati e non finalizzati.

La prima cosa che andrebbe fatta, su cui mi impegno fin da ora insieme a quanti saranno eletti con me, è di convocare un tavolo con tutti i protagonisti sul territorio di iniziative legate alla valorizzazione delle tipicità territoriali, per concordare strumenti ed azioni a partire dall’ individuazione di misure capaci di garantire la tracciabilità dei prodotti e delle produzioni e la valorizzazione dei contenuti sociali e culturali del nostro patrimonio enogastronomico.

* Nel 2008 le aziende agricole autorizzate all’esercizio dell’agriturismo sono 18.480, con un incremento di 760 unità (+4,3%) rispetto all’anno precedente (dati Istat). Questa offerta di ospitalità si affianca al turismo enogastronomico che muove un giro d’affari di 3 miliardi di euro in Italia (Rapporto annuale Città del Vino-Censis). Un vero e proprio motore del turismo made in Italy.
Come pensa per la sua Regione di integrare al meglio turismo, agricoltura, paesaggio e produzioni tradizionali?

Prima di tutto qualificando le azioni e promuovendo, oltre i numeri e le statistiche, pratiche ed approcci in cui sia premiata l’integrazione fra i diversi soggetti che operano in ambito agrituristico.

Occorre che i contadini che hanno produzioni di prossimità siano coinvolti nel conferimento dei prodotti nelle attività agrituristiche, e queste vanno inserite nella gestione di percorsi ed iniziative di valorizzazione enogastronomiche e culturali. Vanno scoraggiate, al tempo stesso, iniziative che di agrituristico hanno poco e nonostante ciò utilizzano le agevolazioni previste, solo per creare a costi vantaggiosi attività economiche in ambito rurale, senza contenuti e garanzia di un reale sviluppo finalizzato alla valorizzazione delle risorse locali.

Stimolare, nel quadro di un circuito e di azioni di promozione e valorizzazione regionali, lo sviluppo di una diffusa rete di servizi agrituristici è un compito che può essere assolto anche mettendo a disposizione dei soggetti una serie di servizi collettivi e di agevolazioni (trasporti, pubblicità, collegamenti, promozione) che può essere implementata con misure istituzionali regionali.

* Gli agricoltori in Italia ormai sono appena il 4% della popolazione attiva, e la loro età media sta raggiungendo i sessant’anni. Con questi numeri il settore non avrà futuro. Non di meno, molti giovani negli ultimi anni stanno diventando imprenditori agricoli, soprattutto nel settore vinicolo.
Come pensa di aiutare le giovani generazioni ad avvicinarsi all’agricoltura? Ha in programma iniziative di formazione per i nuovi agricoltori?

Per semplificare, due sono i problemi che scoraggiano il ricambio in agricoltura:

–         la crisi profonda che colpisce le aziende agrozootecniche italiane; le aziende agricole europee nel 2009 hanno perso una media del 12.5% circa di reddito sull’anno precedente, quelle italiane perdono più di tutte: oltre il 25%; è difficile immaginare che i giovani si possano avvicinare all’attività agricola senza che sia loro garantito un reddito;

–         il quadro delle scelte comunitarie che tende a trasformare l’Italia da grande e storico territorio di produzione di alimenti a mercato di consumo di prodotti agroalimentari in cui sia sempre più ininfluente la produzione del cibo o, nella migliore delle ipotesi, sia relegata e confinata a nicchie incapaci di offrire un profilo economico capace di sostenere la disponibilità dei giovani a lavorare la terra in numeri e qualità adeguate alle potenzialità.

La priorità, dunque, è restituire reddito alle aziende per stimolare la disponibilità dei giovani a lavorare la terra. Insieme a questo vanno garantite, fin da ora, ai giovani che scelgono di cimentarsi con la produzione agricola, una serie di strumenti. Fra questi mi sembrano essenziali: misure per la facilitazione dell’accesso al credito (magari prevedendo una speciale convenzione con il sistema bancario assistita dall’ISMEA); misure per l’accesso alla terra, prevedendo, fra l’altro, facilitazioni di diverso tipo e la costituzione di una “banca della terra” in cui far confluire le terre non più coltivate da anziani agricoltori a fronte di facilitazioni fiscali ed incentivi, mettendole a disposizione dell’uso produttivo da parte di giovani e cooperative sociali; azioni formative di sostegno, realizzate anche grazie all’affiancamento in azienda di contadini esperti e, comunque, legate non solo alla produzione ed al recupero di produzioni legate al territorio ma, anche, ai servizi, alla multifunzionalità, al marketing ed all’innovazione; messa in rete delle aziende gestite dai giovani per facilitare l’accesso di queste aziende alla commercializzazione.

* L’Unione Europea si è posta l’obiettivo di ridurre del 20% entro il 2020 le emissioni di gas serra. Una delle armi più importanti per combattere il riscaldamento globale sarà l’adozione delle energie rinnovabili. Come sappiamo, l’Italia sta muovendo i primi passi in questo campo ed è abbastanza indietro rispetto alla Germania e ai Paesi scandinavi.
Quali sono i suoi piani di sviluppo per le energie alternative?

 

Occorre in primo luogo diffondere la cultura del risparmio energetico, un’altra idea di consumo, per tentare di recuperare il gap che ci separa da molti Paesi europei dal punto di vista dell’energia. Noi diciamo no al nucleare, in Lombardia e ovunque: sono invece necessari investimenti concreti sulle energie pulite, sulle fonti rinnovabili, che potrebbero anche essere il fulcro di nuova occupazione (come insegnano realtà come quella tedesca). E dobbiamo investire in primis sulla cultura del risparmio e nella promozione delle energie alternative, con attività di sensibilizzazione nelle scuole e nei Comuni: i cittadini vanno prima di tutto e ancora meglio informati, in modo che possano sapersi esprimere riguardo a questi temi.

* Ogni giorno nove ettari di terreni agricoli vengono sottratti alla produzione e destinati a opere di edilizia. I recenti episodi di dissesto geologico nella Penisola hanno fatto saltare alla ribalta un problema in realtà di antica data.
Quali sono le sue politiche in tema di tutela del paesaggio e freno alla cementificazione?
La pastorizia, la transumanza, l’allevamento in malga sono attività che preservano e rendono vitali territori soggetti a spopolamento e incuria. Ha in programma iniziative per supportare pastori e malgari?

 

Solo una funzione sociale dell’agricoltura e un suo forte radicamento con il territorio è garanzia di una più ampia capacità di tenuta ambientale. Solo un territorio non desertificato con uomini e donne al lavoro nei campi può restituirci la rete fondamentale di mantenimento di un rapporto corretto con l’ambiente. Rapporto che potrebbe contribuire in maniera determinante a garantire, contenere e scongiurare danni ambientali devastanti legati alla desertificazione, allo spopolamento, al disboscamento ed alla cementificazione selvaggia.

La ricchezza del nostro patrimonio enogastronomico è determinata dalla diversità dei nostri sistemi ambientali e territoriali. Salvare il territorio e sottrarlo alla cementificazione valorizzandone la diversificazione è uno dei compiti cui una attenta politica ambientale, territoriale, urbanistica deve dedicarsi. In questo quadro mi sembrano priorità da perseguire: una gestione dei vincoli urbanistici e la rivisitazione dei piani di gestione territoriale, finalizzata al mantenimento di aree non cementificate; un’azione di manutenzione territoriale e di ordinaria manutenzione affidata agli stessi agricoltori (magari organizzati in forme consortile o associate) che potrebbero (come avviene in Francia) assolvere a compiti di tutela e conservazione territoriale; una forte azione per vincolare e difendere aree dallo spopolamento come quelle delle vallate e delle malghe in cui, spesso, ancora si mantengono filiere alimentari montane, diverse per collocazione geografica e contesto socioproduttivo ma unite dal rischio di estinzione; in queste aree, anche della nostra regione, è coinvolta una larga fascia della popolazione localizzata in luoghi poco accessibili e a forte rischio di spopolamento. In queste realtà le produttività modeste, le proprietà frazionate, le condizioni operative manuali e disagiate, il basso rendimento economico sono tutti fattori disincentivanti. Per questo occorre sostenerne la rete di servizi sociali e il mantenimento delle attività produttive.

* Con il provvedimento sulla liberalizzazione dei servizi pubblici ed essenziali contenuto nel decreto Ronchi approvato nel novembre 2009, si aprono le porte al privato anche ai servizi legati all’acqua. Lei è favorevole al provvedimento? Come si muoverà per la sua Regione?

 

Noi vogliamo tutelare i beni comuni: l’acqua deve essere pubblica, come tutti i servizi. La privatizzazione dell’oro blu è un provvedimento vergognoso voluto dal centrodestra che ritiene ogni bene una merce. Non solo, perché in Europa tutte le privatizzazioni dei servizi idrici hanno comportato un peggioramento della qualità del servizio e un aumento dei costi per gli utenti. La manutenzione delle reti necessita poi di grandi investimenti: solo il pubblico può garantire tali investimenti senza aumentare vertiginosamente le tariffe.

In Lombardia i Comuni e i cittadini hanno riposto no alla privatizzazione e oltre 57mila lombardi nel 2007 hanno firmato una proposta di legge; inoltre più di 140 Comuni lombardi hanno deliberato l’adesione a una proposta di referendum. Noi siamo a fianco dei comitati e della società civile impegnata nella raccolta delle firme per il referendum. Ripubblicizzare si può.

* Il nostro Mediterraneo non si trova in buone condizioni. Inquinamento, cementificazione delle coste, overfishing sono i pericoli maggiori per il Mare Nostrum.
Come pensa di tutelare questa vitale risorsa nel suo territorio? Quali sono le iniziative che ha in programma per lo sviluppo della pesca artigianale, volano importante per l’economia locale e attività sostenibile per gli stock ittici (se effettuata ovviamente con metodi legali)?

 

Il “nostro” Mediterraneo è in realtà il Mediterraneo di molti popoli che si affacciano sulle sue sponde. Un’area in cui crescono processi devastanti sul piano economico, politico e sociale che, ovviamente, finiscono per scaricarsi (sia in maniera figurata che concreta) sulla sua tenuta ambientale ed ecologica.

Da almeno venti anni abbiamo perseguito, con gli accordi bilaterali prima e con il progetto dell’area di libero scambio poi, disegni che tendono ad affermare la speculazione economica a scapito dei diritti e dell’ambiente.

In un quadro di delocalizzazione delle produzioni agroalimentari (dalla sponda sud dell’Europa a quella Nord dell’Africa in cui diritti e costo del lavoro sono infinitamente più ridotti che da noi) e di affermazione di modelli industrialisti e di gestione territoriale devastanti, non c’è da stupirsi se il Mare Mediterraneo finisce con l’essere il luogo dove registrare gli effetti di queste scelte.

La pesca industriale, la logica del massimo sfruttamento delle risorse senza alcun rispetto per la loro riproduzione, l’inquinamento delle acque e la loro eutrofizzazione ne sono alcuni effetti.

Anche qui, come per le campagne, è importante ripartire dai soggetti che possono avere il primo interesse a recuperare una condizione socialmente gestibile dei cicli economici, pena la loro scomparsa. Come è importante stimolare e sostenere il protagonismo consapevole dei contadini e dei pastori, così serve sostenere il ruolo e la funzione della pesca artigianale e dei processi produttivi e di mercato che la rendono economicamente possibile. La Lombardia, che è una regione senza sbocco al mare, potrebbe, apparentemente, non occuparsene. Io credo, al contrario, che essendo il controllo sul cibo di cui si nutrono i nostri cittadini, la sua qualità ed il suo prezzo, uno dei fattori strategici per assicurare sovranità e sicurezza alle nostre popolazioni, dobbiamo impegnarci a garantire la migliore condizione possibile. Questo anche attraverso convenzioni con reti di pescatori che, coltivando le risorse e pescandole in maniera corretta, possano garantire approvvigionamenti sicuri a prezzi giusti ai nostri mercati e cittadini.


* Lungo tutta la Penisola stanno aprendo mercati contadini. Luoghi in cui si valorizzano prodotti locali e si ha la possibilità di incontrare i venditori e conoscere le loro storie. Questi mercati, che stanno trovando un notevole  successo anche nei grandi centri urbani, fanno da contraltare alla grande distribuzione che privilegia prodotti provenienti da lontano e un approccio di vendita impersonale.
Ha in programma politiche di promozione e valorizzazione dei mercati contadini? Pensa che la produzione locale, di prossimità, possa avere un ruolo primario nell’approvvigionamento alimentare delle città?

 

Soprattutto penso che dobbiamo lavorare perché le forme della vendita diretta e le diverse forme di ciclo corto (che, appunto, sono varie e coinvolgono in diverso modo diverse tipologie di produttori e di consumatori) si sviluppino e si allarghino.

Ancora oggi, quando si pensa al ciclo corto, si tende, almeno così mi pare per molti soggetti istituzionali, a considerarli aspetti secondari se non residuali e persino folcloristici rispetto ai numeri da economia di scala che offre l’agroalimentare italiano.

Al contrario l’obiettivo di fare in modo che essi diventino pratiche di massa va perseguito con convinzione. Potremmo raggiungere risultati simili a quelli della Francia dove il “ciclo corto” dell’agroalimentare è valutato come circa un quarto dell’intero volume degli scambi agroalimentari.

Certamente per realizzare tutto ciò occorre realizzare una serie di altre condizioni: fra queste vi è lo sviluppo di mercati e occasioni di vendita gestiti direttamente dagli agricoltori e bisogna farlo nei luoghi in cui i cittadini normalmente acquistano i loro beni, dunque in città.

La Regione Lombardia potrebbe assumere un’iniziativa forte per mettere a disposizione aree, strutture, servizi e procedure capaci di rendere praticabili questi spazi di incontro fra gli agricoltori e i consumatori.

* Il più delle volte le mense sono guidate da capitolati che hanno come unico obiettivo fornire pasti a basso prezzo, senza tenere conto della territorialità, della stagionalità o dell’apporto nutrizionale. Bisognerebbe ripensare invece il ruolo della ristorazione collettiva (scuole, ospedali, aziende) come ambiente ad alto valore didattico. Fornendo prodotti di stagione e del territorio si incentiverebbe un’economia agricola virtuosa, rispettosa dell’ambiente e del lavoro contadino.
Per la sua Regione pensa di promuovere accordi tra mense e produttori locali?

Penso che occorra promuovere accordi che non solo favoriscano la fornitura di alimenti ma che permettano alle mense di usufruire di ogni supporto per pianificare diete legate alla stagionalità. Le stesse mense potrebbero essere il luogo in cui veicolare una cultura dell’approccio al cibo corretta sul piano sanitario e delle diete ma anche legato alla stagionalità dei prodotti. Sarebbero utili strumenti legislative che vincolassero le mense pubbliche all’acquisto di beni alimentari prioritariamente prodotti entro il raggio di un certo numero di chilometri e che, per rendere effettivo l’effetto di misure di questo tipo, favorissero il rapporto con gli agricoltori per aggregare il prodotto e l’offerta.

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