-Lavori in corso-

Come si criminalizzano i migranti e quali sono le implicazioni di questo fenomeno sul fronte dei diritti umani? Se ne occupa un rapporto commissionato e pubblicato pochi giorni fa da Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa (Coe), l’istituzione internazionale (da non confondere con il Consiglio europeo dell’UE) che conta 47 stati membri, si occupa di promuovere i diritti umani, predisporre e favorire la stipulazione di accordi o convenzioni internazionali. Particolarmente interessante è la parte del documento relativa all’uso del linguaggio. Per evitare la stigmatizzazione dei migranti, infatti, il Consiglio d’Europa ha invitato gli Stati membri a usare il termine neutrale «migrante irregolare», eliminando una volta per tutte la parola «clandestino», troppo spesso abusata sia dai media che dai politici stessi.

Questo concetto era stato espresso anche dall’assemblea parlamentare del Coe nella risoluzione 1509 del 2006: invano, visto che tutte le istituzioni europee e i governi degli stati membri usano l’espressione “immigrazione illegale” (in inglese “illegal immigration”) per descrivere questa categoria di persone. Nel rapporto di Hammarberg si chiede inoltre che vengano cancellate le espressioni che conferiscono un carattere di illegalità al migrante: non ha necessariamente commesso un crimine rispetto alle leggi del paese in cui si trova o è di passaggio. Dunque, come si legge nel documento del Coe, «la scelta del linguaggio è molto importante per l’immagine che le autorità proiettano ai cittadini. Essere un immigrato si associa, attraverso l’uso del linguaggio, ad atti illegali e criminali. Tutti gli immigrati diventano vittime di continui sospetti. […] con l’effetto di rendere sospetto agli occhi della popolazione, inclusi i pubblici ufficiali, il semplice passaggio di persone attraverso i confini internazionali».

Per tanto, l’Europa ritiene che debba essere la politica a definire ed imporre (almeno nelle istituzioni e nei loro documenti) un uso neutro della lingua. Dopo un’analisi approfondita dei vari aspetti del problema della marginalizzazione e criminalizzazione degli immigrati, il documento firmato dal commissario per i diritti umani del Coe contiene alcune precise raccomandazioni: la politica generale sul tema deve escludere, come abbiamo detto, un uso criminalizzante del linguaggio; le persone che giungono nei confini nazionali degli stati membri devono essere trattate con «rispetto e dignità»; nel periodo durante il quale il migrante chiede di accedere a una forma di protezione internazionale (asilo o rifugio politico, ad esempio) egli deve essere messo nelle condizioni di appellarsi al diritto internazionale di non respingimento (a differenza, purtroppo, di quanto è accaduto spesso nel nostro Paese); gli stati membri devono garantire che gli stranieri ricevano sempre i documenti necessari nel corso del loro iter di regolarizzazione; gli stati non possono lasciare le persone in un «limbo» tra il poter restare nel Paese e l’essere espulsi, va dato un documento preliminare di residenza nel caso non ci sia la realistica possibilità di espulsione nel giro di trenta giorni; il diritto di asilo va garantito e, nel caso la domanda venisse respinta, le autorità devono assicurare che l’individuo possa tornare in condizioni dignitose al proprio Paese; nessun migrante minorenne dovrebbe essere soggetto a detenzione, così come nessuna persona che ha richiesto una forma di protezione internazionale, per tutti gli altri le condizioni di detenzione debbono rispettare i parametri del Coe in materia di diritti umani; infine, per quanto attiene ai diritti sociali, non deve essere fatta alcuna discriminazione, soprattutto in materia di salute, educazione e formazione. Esattamente quanto non è successo in Italia con le decine di provvedimenti comunali che hanno escluso da alcuni “benefit sociali” i cittadini immigrati e i loro figli. In contrasto, quindi, con il Consiglio d’Europa.

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