di Albarosa Raimondi & Vittorio Agnoletto

Il governatore Attilio Fontana presentando il documento “Sanità: regole 2019” ha annunciato quella che a suo dire costituirebbe una “svolta epocale” nell’organizzazione dei servizi sanitari della Regione Lombardia.

L’obiettivo dichiarato sarebbe quello della riduzione dei tempi di attesa per poter accedere alle visite specialistiche e agli esami diagnostici. Lo strumento a tal fine proposto sarebbe quello di esercitare un maggiore controllo sulle attività dei privati accreditati,anche grazie allo scorporo di una quota dei finanziamenti a ciò destinati (35 milioni di euro) che verrebbe a questo punto “gestita” direttamente dai servizi regionali allo scopo di privilegiare determinate prestazioni a scapito di altre.

Ma da un’ attenta disamina di quanto dichiarato non solo non emerge alcun vantaggio per le persone che necessitano di assistenza sanitaria, ma nemmeno sono illustrate le modalità che verrebbero utilizzate per ridurre le liste di attesa.

La regione Lombardia sulla sanità, che costituisce oltre il 75% del suo bilancio, è in grande difficoltà e sta da mesi subendo una forte caduta d’immagine.

La controriforma che attraverso la figura del gestore aveva come obiettivo la consegna al privato degli oltre tre milioni di malati cronici non decolla e anzi sta pesantemente naufragando: dei 3milioni e 50 mila persone che hanno ricevuto la lettera dell’Assessore alla sanità, Giulio Gallera, non più del 10% ha aderito a qualche gestore e meno del 50% dei medici di famiglia ha manifestato la disponibilità concreta nel seguire le indicazioni della regione.

D’altra parte cresce l’insoddisfazione e la disperazione dei cittadini che non riescono a fissare visite ed esami diagnostici attraverso il Servizio Sanitario regionale; le liste d’attesa sono infinite e spesso  risultano chiuse fino al 2020.  

In questa situazione la regione Lombardia, accusata da più parti di lavorare alle dipendenze dei tanti potentati privati che si dividono fette cospicue della sanità lombarda, ha tentato di rifarsi il maquillage facendo credere che finalmente vengano drasticamente ridotti i finanziamenti pubblici alle strutture private accreditate (cioè convenzionate col sistema sanitario regionale) per dirottarli verso il pubblico.

La realtà è molto di versa, i 35 milioni che verranno sottratti alle autonome decisione della sanità privata sono un’inezia in confronto ai 2 miliardi/anno che i privati accreditati guadagnano coi ricoveri e al 1,2 miliardi di euro/anno che le stesse strutture guadagnano con le visite e gli esami diagnostici.

Inoltre quei 35 milioni resteranno nella disponibilità degli uffici regionali che entreranno nel merito delle prestazioni che dovranno essere realizzate con tale cifra; non verranno assegnati alle strutture pubbliche per potenziarle, il che avrebbe potuto essere invece un buon sistema per garantire un’ almeno parziale riduzione dei tempi di attesa.

Contemporaneamente  verrà imposto alla sanità privata convenzionata di ridurre il numero di alcuni interventi quali: la chirurgia anti-obesità, la sostituzione di valvole cardiache e gli interventi di artrodesi (nei quali vengono bloccate con viti e placche le ossa del tratto lombare), senza al contempo prevedere alcuno stanziamento verso le strutture pubbliche affinché subentrino nella realizzazione di tali pratiche sanitarie. Il risultato concreto sarà che i cittadini che potranno permetterselo si pagheranno di tasca propria quegli interventi presso qualche struttura privata, gli altri, i più poveri, dovranno forzatamente convivere con patologie non proprio leggere.

In sintesi, in che modo la regione Lombardia pensa di ridurre le liste d’attesa? Semplicemente riducendo alcune prestazioni sanitarie fino ad ora erogate col Sistema Sanitario Regionale, direttamente o in convenzione, e contribuendo in questo modo a indirizzare le persone verso prestazioni totalmente private, quindi a pagamento.

Vogliamo aiutare il presidente Fontana, ammesso che voglia veramente ridurre le liste di attesa; i sistemi esistono, gliene suggeriamo alcuni: eliminare i tetti di spesa per le strutture sanitarie pubbliche, budget che vengono esauriti tutti gli anni verso settembre/ottobre e  che stanno “strangolando” tutti gli ospedali che erogano prestazioni col SSR; rimpiazzare tutto il personale medico che va in pensione; vincolare le conferme dei direttori generali negli ospedali all’abbattimento delle liste di attesa.

Ma applicare queste misure significherebbe restituire alla popolazione fiducia verso la sanità pubblica e sottrarre utenza, visite ed  esami alle strutture private. Esattamente l’opposto di quello che la Regione Lombardia sta facendo.

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