Don Giovanni Barbareschi ci ha lasciato giovedì. Ho avuto la fortuna di conoscerlo bene. Lui era il prete che sposò i miei genitori, ma soprattutto l’amico di mio padre che don Giovanni chiamava con nomi per me misteriosi, nomi con cui si erano conosciuti nella Milano sotto il Fascismo. Mio padre giovane, socialista laico, lui giovane diacono e poi prete. Ma li univa una stima e una amicizia durata più di ottant’anni. Don Giovanni era stato anche l’assistente scout di mia madre.
Sono andato a trovarlo domenica scorsa e seppure a letto, aveva sempre la stessa forza d’animo e lo stesso entusiasmo con il quale per decenni ha educato generazioni di giovani all’amore per la verità e la giustizia, valori che lo avevano guidato nell’impegno antifascista fin da giovanissimo.
Riporto qui il testo diffuso da Roberto Cenati presidente dell’NPI di Milano:
Esprimo a nome dell’ANPI Provinciale di Milano profondo cordoglio per la scomparsa di Monsignor Giovanni Barbareschi, Ribelle per amore, Medaglia d’argento dell a Resistenza, avvenuta nel pomeriggio di giovedì 4 ottobre.
Don Giovanni Barbareschi è stato tra i protagonisti del giornale clandestino cattolico “Il Ribelle”, uscito tra il 1943 e il 1945, alla redazione del quale parteciparono Teresio Olivelli, Carlo Bianchi, Claudio Sartori e lo stampatore Franco Rovida.
La nascita del Ribelle era motivata dal desiderio di edificare una nuova società , rinnovata profondamente sotto il profilo etico, e dal rifiuto dello stato autoritario fascista, giudicato come negazione della persona.
“Volevamo ribellarci al fascismo e alla Repubblica di Salò – sosteneva don Barbareschi – e tutto quello che si poteva fare lo abbiamo fatto”.
Nella abitazione di via Eustachi 24, dove viveva con la madre, don Barbareschi stampava documenti falsi per chi cercava di fuggire dal regime nazifascista.
Don Giovanni Barbareschi ha partecipato al movimento scoutista delle Aquile Randagie, messo al bando dal regime fascista nel 1928, che si dava appuntamento clan destino ogni domenica, a Milano, alla Loggia dei Mercanti.
Poco dopo il dicembre del 1943 gli scout avrebbero dato vita ad Oscar, l’organizzazione che rese possibile gli espatri degli ebrei e degli antifascisti in Svizzera.
Per avere salvato tantissimi ebrei e antifascisti don Barbareschi è stato riconosciuto Giusto tra le nazioni.
Fu lui, non ancora ordinato sacerdote, a dare la benedizione ai 15 Martiri di Piazzale Loreto, il 10 agosto del 1944. «I corpi dei partigiani fucilati – ricorda va don Barbareschi – erano rimasti esposti tutto il giorno come monito per gli operai e per i milanesi. Mi inginocchiai e quando mi alzai vidi una piazza piena di gente inginocchiata».
Don Barbareschi fu arrestato la sera del 15 agosto 1944.
Quel giorno aveva celebrato la sua prima messa e poi era andato al carcere di Sa n Vittore, per trattare con un capitano della polizia fascista la liberazione di un camion di deportati.
Fu imprigionato a San Vittore e sottoposto a pesantissimi interrogatori. Nella bellissima prefazione alla ristampa del Ribelle don Barbareschi scrive: “Il fascismo non è solo una dottrina o un partito, una camicia nera o un saluto romano. I l fascismo è un modo di vivere, un modo di concepire l’esistenza che è sempre in agguato, dentro e fuori di noi. E’ un modo di vivere nel quale ci si piega a falsi servilismi per amore di quieto vivere e di carriera. E’ una mentalità nella quale teniamo più all’apparenza che all’essere. E’ una mentalità nella quale un superiore non è mai amato, ma solo temuto e a lui si chiede una cieca benevolenza. Il faraone non è stato eliminato. Ne sono succeduti altri, ugualmente oppressori, anche se non si presentano più armati di mitra, ma padroni di mass-media. L ‘esperienza mi ha insegnato che la liberazione è sempre una meta da realizzare ogni giorno. Non ci sono liberatori, ma uomini che si liberano. La Resistenza fa corpo con lo stesso essere uomo”. Continuando il discorso delle Beatitudini, non avrei paura ad affermare: “Beato colui che sa resistere.”

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