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A Gaza il dramma continua

28 giu

- Lavori in corso – Nello scorso mese di maggio 1225 palestinesi hanno chiesto di attraversare il valico di Erez effettuare visite mediche: il 27% delle richieste è stato respinto o posticipato, di queste il 15%, ovvero 26 casi,  riguardavano bambini. Il risultato è stato che tutte queste persone non sono potute andare in ospedale nell’orario e nel giorno previsto per la loro visita e hanno dovuto ripresentare la domanda, ripartendo da zero nelle liste d’attesa. Lo dice il report mensile dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) sui pazienti della Striscia di Gaza. La media della proporzione dei casi “rispediti al mittente” è cresciuta dal 4% del mese di aprile al 13% di maggio. E questo può significare gravi problemi sanitari, in alcuni casi la morte. «I ritardi nello svolgimento delle procedure – si legge nel testo dell’Oms – possono essere molto rischiosi per i pazienti che attendono cure mediche o trattamenti urgenti. Alcuni potrebbero morire nell’attesa di accedere alle cure di cui hanno bisogno. Ci sono state 31 morti di pazienti in attesa di attraversare i valichi per potersi recare negli ospedali, dall’inizio del 2009 a oggi».

Un’analoga denuncia è contenuta nell’ultimo rapporto del Consiglio sui diritti umani dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che sottolinea come la situazione umanitaria a Gaza sia notevolmente peggiorata nell’ultimo anno. Il blocco del transito dei materiali edili ha reso impossibile, tra le altre cose, l’uso dei 4,5 miliardi di fondi per la ricostruzione di Gaza, stanziati a gennaio nel summit dei donatori di Sharm El Sheik. La corrente elettrica, per dare un altro elemento sulle reali condizioni di vita nei Territori, c’è solo per quattro giorni alla settimana, per otto ore al giorno, a detta dell’organismo Onu. Senza dimenticare, come sottolineano ancora le Nazioni unite, la situazione dei 4 milioni di profughi e rifugiati palestinesi che vivono da decine di anni nei campi. Già in passato l’Assemblea generale dell’Onu ha sancito in una sua risoluzione che queste persone hanno diritto a ritornare alle loro case e che chi non vuole farlo ha diritto a una compensazione economica. Ma le risoluzioni dell’Onu non creano obblighi legali per gli Stati, tanto meno per Israele che da sempre gode a livello internazionale di una certa impunità…

Tornando ai grossi limiti imposti al popolo palestinese, a marzo 2010 l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento e gli affari umanitari dei Territori occupati, contava ben 505 ostacoli, tra check point, barriere, blocchi stradali, che limitavano la libertà di movimento di chi vive nella Striscia. L’accesso alla parte vecchia della città di Hebron o alla parte Est di Gerusalemme era pressochè impossibile. Anche arrivare ai terreni agricoli, nella valle del Gerico, era ed è estremamente difficile: la strada senza checkpoint o posti di blocco è lunga più di 170 km, mentre quella diretta, presidiata dai militari israeliani e dunque non percorribile da chi ha esigenze lavorative e deve essere nei campi per tempo, è lunga 24 km.

Ora la situazione potrebbe finalmente cambiare. Pochi giorni fa, il 21 giugno scorso, Israele ha dato il via libera all’ingresso di tutti i beni civili, via terra, nella striscia di Gaza; dovrebbero essere rimossi 60 blocchi stradali. Resta il divieto assoluto per le armi e il blocco navale. C’è da augurarsi che questa sia davvero una svolta, ovvero che tutti gli strumenti e i prodotti necessari per la popolazione di Gaza possano arrivare nei Territori, vista la gravissima situazione delle ultime settimane. Ho i miei dubbi, visto che dietro il “pretesto” delle armi e le lungaggini burocratiche, spesso viene negato il transito a merci del tutto innocue. Ma spero comunque che la pressione internazionale su Israele, dopo il tragico attacco alla Freedom Flottilla, possa rendere al più presto efficace ed effettiva quella che Tel Aviv ha annunciato con grande effetto propagandistico come una concessione unilaterale e che invece rappresenta un’azione dovuta, in base a tutte le convenzioni internazionali.

Israele: un atto di guerra contro l’umanità. la responsabilità è di chi ha sempre garantito l’impunità a Tel Aviv. Subito rottura degli accordi militari e ritiro degli ambasciatori

31 mag

L’aggressione israeliana alla flotta umanitaria è un atto di guerra contro tutta l’umanità. Infatti nella Storia moderna mai era fino ad ora avvenuto che uno Stato assalisse e uccidesse decine di pacifisti disarmati, mentre tentano di trasportare aiuti umanitari ad una popolazione sequestrata dopo un’azione di guerra unilaterale condannata da tutte le istituzioni internazionali.
L’assalto di oggi è stato possibile perché Israele sa di poter continuare a fregarsene completamente di ogni accordo internazionale e di potersi ritenere al di sopra di ogni legge e di ogni Convenzione grazie ad una totale impunità garantitagli da decenni da alcuni governi occidentali, innanzitutto dagli USA. La responsabilità dell’azione odierna ricade anche su coloro che, pure in Italia, hanno sempre difeso “senza se e senza ma” ogni atto di guerra e ogni violazione del diritto umanitario da parte di Israele; simili atti hanno favorito la convinzione nel governo israeliano che qualunque atto di forza alla fine sarebbe comunque stato accettato dall’opinione pubblica occidentale. Vorrei ad esempio sapere cosa ne pensano ora i vari editorialisti del Corriere e quei dirigenti del PdL e del PD che hanno accusato di razzismo la Coop per aver sospeso la distribuzione di alcuni prodotti israeliani sospettati di provenire da colonie sorte su territori occupati illegalmente. Quali parole troveranno ora per difendere Israele? Invocheranno la legittima difesa contro centinaia di pacifisti disarmati? Va rilanciato, come strumento di lotta nonviolenta, il boicottaggio contro i prodotti israeliani, innanzitutto quelli provenienti dai Territori Occupati; di fronte all’atto criminale odierno va chiesto all’Italia e all’Unione Europea l’immediata rottura di ogni accordo militare con Israele e il ritiro dei propri ambasciatori.
Invito ad organizzare oggi la più ampia mobilitazione in tutte le città in previsione di una necessaria mobilitazione nazionale da organizzarsi nei prossimi giorni.

Bene Coop! Ma il boicottaggio è una scelta etica e nonviolenta.

27 mag

Sembra veramente impossibile qualunque critica allo stato d’Israele. Questa volta a finire nell’occhi del ciclone è stata la Coop.  La sua colpa è semplicemente quella di aver applicato le normative UE sull’obbligo di informare i consumatori sull’origine dei prodotti messi in vendita.

In conseguenza di questa normativa la Coop ha ritenuto che su alcune merci israeliane non fosse stata dichiarata in modo preciso la loro provenienza; non era cioè specificato se fossero stati prodotti in Israele o nei territori occupati: regioni che come tutti dovrebbero sapere sono occupate illegalmente e dove il dominio israeliano non è riconosciuto dall’ONU. L’informazione sul luogo di produzione è obbligatoria per permettere al consumatore di poter fare le proprie valutazioni che possono essere di qualunque tipo: sulla sicurezza ambientale come di natura etica. La mancanza di queste informazioni lede il diritto alla libera scelta dell’acquirente. Se i prodotti esclusi dagli scaffali fossero stati di qualunque Paese nessuno avrebbe avuto nulla da ridire.

Ma Israele considera se stesso al di sopra di ogni regolamento internazionale e di qualunque pronunciamento dell’ONU, come chiunque ha potuto constatare in questi lunghi decenni. Ed è così partito il linciaggio verso chi ha osato tanto. Le scelte di Coop e di Conad sono state attaccate in modo bipartisan da Pdl e Pd; i pasdaran  di ambedue gli schieramenti hanno gareggiato fra loro: “cultura razzista”, “scelta ideologica e discriminatoria”, ed infine “decisione strabica”. Definizione, quest’ultima, che potrebbe sembrare addirittura una battuta satirica, ma di cattivo gusto, pronunciata da chi si ostina a non volere vedere (ecco il vero strabismo) la tragedia palestinese.

L’attacco concentrico ha ottenuto, almeno parzialmente, il suo obiettivo: Conad ha precisato di aver tolto i pompelmi solo perché non è più stagione !!!!! (un po’ più di fegato non avrebbe fatto male…); la Coop ha dovuto comprare una pagina intera dei principali quotidiani per precisare la propria posizione e, onore al vero, cercare di difenderla. Un’ultima, ma non meno importante, considerazione. La Coop, per spiegare le ragioni della sua scelta da non confondere con un boicottaggio scrive: «Il boicottaggio è un’azione del tutto estranea a Coop che da sempre opera seguendo i propri valori: solidarietà, eticità, cooperazione e trasparenza».

Il boicottaggio sarà pure estraneo alla Coop ma certamente non lo è ai valori della solidarietà, eticità, cooperazione e trasparenza. Anzi, a maggior ragione quando è il mercato a determinare il destino delle persone – e così è in questa nostra società – cercare  di usare il mercato per difendere i diritti umani e il diritto alla vita di un popolo è un atto non solo etico,  ma doveroso.

Applaudo quindi alla scelta di Coop, ma se avesse anche pubblicamente aderito alla campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti dai territori occupati, avrei applaudito due volte. Ma di questi tempi è bene sapersi accontentare.