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CONTRO LA GUERRA E LA CULTURA DELLA GUERRA. APPELLO PER IL 2 APRILE

28 mar

Le persone, le organizzazioni e le associazioni che in questi giorni hanno sentito la necessità,

attraverso appelli, prese di posizioni e promozione di iniziative, di levare la propria voce:

• CONTRO LA GUERRA E LA CULTURA DELLA GUERRA (continua…)

L’appello dei movimenti sociali dal FSE di Istanbul

5 lug

Cambiamo il sistema, non il clima!

Una transizione giusta per una vita buona per tutti.

I giornali possono riempirsi di pagine sulla crisi economica e finanziaria, ma quando ci guardiamo intorno quello che vediamo non sono derivati e mercati finanziari. Vediamo la distruzione delle comunità, del contesto sociale e della natura, delle relazioni tra di noi. Vediamo che il capitalismo ci sta distruggendo. Contro questa devastazione, e i tempi duri che si porta dietro, le persone stanno resistendo, stanno combattendo, stanno cercando di creare quei nuovi mondi che sappiamo sono necessari: dal Ghana alla Grecia, da Copenhagen a Cochabamba, da Bangkok a Bruxelles. Noi, movimenti per la giustizia sociale e climatica riuniti al Forum Sociale Europeo di Istanbul, apparteniamo e ci ispiriamo a questi processi globali di resistenza e di creazione, ma sappiamo anche che abbiamo bisogno di lottare nei luoghi dove viviamo: per creare un altro mondo abbiamo bisogno di creare un’altra Europa e di buttare giù i muri della fortezza che la circonda.
Contro quelli che vogliono separare la lotta per la giustizia sociale da quella ecologica, noi affermiamo che non sono contraddittorie. Devono essere complementari”. Il nostro è il sogno di assicurare una vita buona per tutti, non l’incubo di una eco-austerity autoritaria.
Contro quelli che si oppongono al desiderio delle persone di avere un posto di lavoro dignitoso e ben pagato e di superare la pazzia di una crescita infinita in un pianeta finito, noi chiediamo una giusta transizione rispetto al modo in cui lavoriamo, alle strutture di produzione e di consumo. Abbiamo bisogno, ad esempio, di fermare le pratiche distruttive di produzione di energia che sfruttano  carbone, carburanti fossili, energia nucleare e acqua, come di fermare la pazzia di costruire ancora automobili personali per ciascuno. Abbiamo bisogno di espandere le esperienze di controllo comunitario delle fonti di energia rinnovabili, la sovranità alimentare e servizi pubblici determinanti per il nostro obiettivo di assicurare una vita buona per tutti, come trasporti pubblici gratuiti, sistemi sanitari, abitativi e dell’educazione universali. Questo cambiamento creerebbe milioni di posti di lavoro utili per la società e per l’ambiente.
Questo è quello che intendiamo per giusta transizione, per giustizia climatica: non si tratta di avere soltanto la “giusta” posizione su quello che si negozia ai summit sul clima delle Nazioni Unite. Anche se è importante cambiare i nostri stili di vita individuali, giustizia climatica vuol dire cambiare i nostri modelli di produzione e consumo di cibo, beni materiali e immateriali, energia, i nostri modelli di vita nel loro complesso. Vuol dire porre rimedio, finalmente, al nostro debito ecologico con il resto del mondo.
Noi in Europa stiamo cominciando adesso a imboccare la strada giusta verso la giustizia climatica, creando e resistendo in molti modi diversi come azioni dirette, la costruzione di alternative locali, la disobbedienza civile o le campagne di sensibilizzazione, solo per nominarne alcune forme.

Ci sono molte occasioni per metterle in pratica:
- 28 agosto: azioni di solidarietà in coincidenza del processo a Copenhagen contro Tash Verco e Noah Weiss
- Estate 2010 : Climate Campeggi sul clima e “No Border” che si moltiplicheranno in tutta Europa
- 29 settembre: Giornata d’azione dei Sindacati europei
- 10-17 ottobre: diverse reti hanno convocato mobilitazioni per la giustizia climatica. Il 12 ci sarà una giornata d’azione diretta per la giustizia climatica; il 16 la Via Campesina tra gli altri ha chiamato una giornata di mobilitazione contro Monsanto.
Dal dal 29 novembre al 10 dicembre si terrà a Cancun, in Messico, il 16esimo summit sui cambiamenti climatici. Dobbiamo dare vita a “mille Cancun”, per protestare contro le false soluzioni che ci stanno proponendo e cambiare strada verso una vera giustizia climatica e sociale.

L’appello degli intellettuali «Genova G8, sospensione per i condannati»

20 giu

La sentenza che ha condannato in appello Gianni De Gennaro e Spartaco Mortola chiude una fase processuale e definisce un quadro che deve spingere le istituzioni ad agire. Il Comitato Verità e Giustizia per Genova, il Comitato Piazza Carlo Giuliani e un gruppo di scrittori, registi, cantautori, giornalisti – tutti autori di opere riguardanti Genova G8 – sono promotori di un appello che chiede la sospensione dagli incarichi dei dirigenti condannati e l’assegnazione di compiti d’ufficio per tutti gli altri.
Comitato Verità e Giustizia per Genova, Comitato Piazza Carlo Giuliani
18 giugno 2010

APPELLO PER GENOVA:

Nelle scorse settimane abbiamo avuto due importanti sentenze, quelle di appello per i fatti accaduti alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, a Genova, nel luglio del 2001.
Ci sono voluti nove anni ma alla fine il tribunale di Genova ha dato forma giudiziaria a una verità storica che già conoscevamo: alla scuola Diaz , nella caserma di Bolzaneto, furono violati i corpi, le leggi, la Costituzione, l’idea stessa dello stato di diritto.
Un orrore incompatibile con la nozione di democrazia. Perciò le due sentenze, con le condanne che colpiscono per intero la catena di comando (insieme a tutti i responsabili delle violenze e delle violazioni che è stato possibile individuare), sono importanti e preziose: ripristinano un principio di verità e di equità, possono essere un punto di risalita per le istituzioni.
Già all’epoca del rinvio a giudizio sarebbe stata opportuna la sospensione di  tutti gli imputati, a tutela della dignità e credibilità delle forze di polizia. Nessuno è stato sospeso, tutti sono al loro posto, alcuni dirigenti sono stati addirittura promossi e oggi si trovano a coprire incarichi delicati e di altissimo livello con il peso di condanne di secondo grado molto gravi e
in aggiunta l’interdizione dai pubblici uffici.
Le dimissioni o la sospensione dagli incarichi ci sembrano a questo punto una
questione di lealtà ai princìpi della democrazia, oltre che l’unico segnale chiaro da inviare a tutti i gli appartenenti alle forze di polizia affinché episodi del genere non si ripetano. E’ anche l’unico modo per garantire che la Corte di Cassazione possa valutare gli atti e deliberare in piena libertà. Nel frattempo, nonostante le ripetute condanne, le vittime delle violenze alla scuola Diaz, nella Caserma di Bolzaneto, attendono ancora le scuse da parte dei vertici dello Stato e, per quanto riguarda Bolzaneto, anche i risarcimenti.
La fiducia da parte dei cittadini nei confronti delle forze di polizia è ai minimi storici. Noi chiediamo che a tutela delle Istituzioni, di tutti i cittadini, degli stessi appartenenti alle forze di polizia, tutti i condannati con ruoli di comando siano DA SUBITO sospesi dai loro incarichi e che a tutti gli altri siano attribuiti esclusivamente compiti d’ufficio.

PROMOTORI
Enrica Bartesaghi e Lorenzo Guadagnucci (Comitato Verità e Giustizia per
Genova)
Haidi e Giuliano Giuliani (Comitato Piazza Carlo Giuliani)

Gloria Bardi, scrittrice – “Dossier Genova G8″ (Becco giallo)
Francesco Barilli, Dario Rossi, Checchino Antonini – “Scuola Diaz,
vergogna di Stato” (Edizioni Alegre)
Massimo Carlotto, scrittore – “Il maestro di nodi” (e/o)
Giulietto Chiesa, giornalista – “Genova/G8″ (Einaudi)
Sandrone Dazieri, scrittore – “Gorilla blues” (Mondadori)
Roberto Ferrucci, scrittore – “Cosa cambia” (Marsilio)
Carlo Gubitosa, giornalista – “Genova nome per nome” (Terre di mezzo)
Alessio Lega, cantautore – “Dall’ultima galleria” (canzone)
Riccardo Lestini, attore e autore teatrale – “Con il tuo sasso”
Edoardo Magnone, ricercatore – “La sindrome di Genova. Lacrimogeni e
repressione chimica” (Frilli)
Federico Micali, regista – “Genova senza risposte” (documentario)
Fausto Paravidino, attore e autore teatrale – “Genova 01″
Paolo Pietrangeli, regista – “Genova per noi” (documentario)
Marco Poggi, infermiere – “Io, l’infame di Bolzaneto” (Logos)
Marco Rovelli, scrittore e cantautore – “Carlo Giuliani” (canzone)
Stefano Tassinari, scrittore – “I segni sulla pelle” (Tropea)
Roberto Torelli, regista – “Bella ciao” (documentario)
Giacomo Verde, regista – “Solo limoni” (documentario)
Marcello Zinola, giornalista – “La nuova polizia” (Frilli)

SI ASSOCIANO
Vittorio Agnoletto, ex portavoce Genoa Social Forum
Altreconomia, rivista mensile
Daniele Barbieri, giornalista e scrittore
Stefano Benni, scrittore
Roberto Bergalli, Università di Barcellona
Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore
Carta, rivista settimanale
Pino Casamassima, giornalista
Mauro Covacich, scrittore
Andrea Cozzo, Università di Palermo
Girolamo De Michele, insegnante e scrittore
Roberto Escobar, Università di Milano
Valerio Evangelisti , scrittore
Saverio Fattori, scrittore
Angelo Ferracuti, scrittore
Saverio Ferrari, ricercatore
Rudi Ghedini, giornalista e scrittore
Chiara Ingrao, scrittrice
Ezio Menzione, avvocato
Manlio Milani, Comitato Piazza della Loggia
Salvatore Palidda, Università di Genova
Riccardo Passeggi, avvocato
Fausto Pellegrini, giornalista
Emilio Santoro, Università di Firenze
Grazia Verasani, scrittrice
Danilo Zolo, Università di Firenze

Per adesioni: info@veritagiustizia.it

Da Milano un segnale di speranza alla sinistra – intervista di Loris Campetti per Il manifesto

28 feb

Chi si rivede, Vittorio Agnoletto. Compagno di sempre, collaboratore di questo giornale dai tempi in cui faceva il medico del lavoro, o si batteva con la Lila contro l’Aids. Vittorio e i giorni terribili del G8 di Genova, Vittorio all’Europarlamento dalla parte dei movimenti e dei popoli sofferenti di mezzo mondo. I movimenti, quasi una religione per lui, anche se ammette che «non è certo una stagione dei cento fiori, quella che viviamo, e non è vero che a una politica marcia corrisponda una società in ottima salute». Ma ha anche una passionaccia per la politica, Vittorio.
«Mi metto a disposizione», ha detto alla Federazione della sinistra quando ormai i giochi in Lombardia erano fatti e l’ipotesi di una presentazione unitaria delle forze alla sinistra del Pd si era infranta. Per molteplici colpe, certo, resta il fatto che la Sel si è imbarcata sul carro di Penati. La Puglia è lontana da Milano. Eppure, in un processo di nuova frammentazione, la candidatura di Agnoletto non appare minoritaria, almeno in quel pezzo di Lombardia che sta con la cultura e con gli operai sui tetti, tra gli ambientalisti, con chi si impegna nella difesa dei beni comuni. Il listino del candidato presidente è di tutto rispetto: da Dario Fo e Franca Rame a Moni Ovadia, da Margherita Hack agli operai in lotta, da Emilio Molinari all’amministratore delegato di Radio Popolare Sergio Serafini, a Paolo Rossi. E ancora, medici, ambientalisti, insegnanti. Si può dire che il cuore dell’altra Lombardia, quella non omologata alle culture e alle politiche dominanti, sta con Agnoletto.

Vittorio, ma chi te l’ha fatto fare?

La voglia di dimostrare che in questa regione cruciale è possibile portare in consiglio regionale una rappresentanza della sinistra diffusa, che esiste e resiste. Senza la mia candidatura non ci sarebbe stata alternativa.

Alternativa a che cosa?

A turarsi in naso e votare per Penati, o restare a casa disertando le urne. Penati non propone un modello sociale diverso da quello di Formigoni, punta anch’egli sulle grandi opere, lasciando deperire la cultura produttiva. Addirittura, su questioni per noi centrali come l’immigrazione si schiera a metà strada tra Formigoni e la Lega. Il mio avversario è ovviamente Formigoni, che vincerà avviandosi a governare per vent’anni la Lombardia, ma non vedo differenze sostanziali tra i suoi programmi, le sue pratiche, e quelle di Penati.

Tutto vero, ma ti presenti con una sola parte della sinistra, un’altra è sul carro di Penati.


Io sono candidato presidente ma non andrò in consiglio regionale. La legge prevede questa opportunità. Questo per dirti che mi sono messo a disposizione per un progetto non di frammentazione ma di ricomposizione della sinistra. Perciò mi sono rivolto a intellettuali e operai, scenziati e insegnanti, ambientalisti e movimenti territoriali e la risposta che sto ricevendo è incoraggiante. Noi spieghiemo quale modello sociale si cela dietro l’Expò, che mette in movimento tanto la Compagnia delle opere quanto una parte delle Coop: quando manca l’opposizione viene meno il ruolo di sentinella del potere, vince la pratica consociativa che sempre più spesso sconfina nell’illecito, come vediamo in questi giorni. Noi proponiamo un altro percorso, diverse relazioni.

Da un lato c’è chi, come la Sel, sceglie di affiancarsi al Pd, dall’altro chi, come Rifondazione e la Federazione della sinistra, rischia di rinchiudersi in uno splendido isolamento che non esclude a priori tentazioni settarie. Non sarà che la tua candidatura nasce dall’idiosincrasia di Penati per la falce e martello?


Io con Penati non mi sarei mai presentato, qualunque schieramento l’avesse sostenuto. Mi pare che le parole migliori per spiegare la presenza di un candidato presidente e di una lista alternativa siano quelle di Moni Ovadia quando ha accettato di stare nel listino: «Tra zuppa e panbagnato scelgo di mangiare bene». Con questa logica mi rivolgo agli elettori di Sinistra e libertà, per dare un segnale diverso nel momento in cui persino nel gruppo dirigente della Sel ci sono divisioni e ripensamenti sull’errore commesso. Mi rivolgo a chi è impegnato nelle lotte per il lavoro, per la cultura, i beni comuni e anche agli elettori dell’Italia dei valori che in Di Pietro cercavano un’alternativa che ora vedono annacquarsi. Ho l’impressione che la mia venga percepita come una candidatura unitaria dalla sinistra lombarda.

Dici che dalla Lombardia vuoi mandare un segnale positivo alle forze di sinistra. Parti da una situazione difficile e frantumata. Persino dentro la Federazione della sinistra, dove ci si divede – solo per fare un esempio – anche sul congresso della Cgil.


Il segnale per un futuro diverso, perché sia efficace deve partire da un buon risultato elettorale: la Federazione sopra il 3% o il presidente sopra il 5%. Io penso che si possa ricostruire un percorso unitario, atonomo dal Pd e non settario e arroccato. Ogni tanto per saltare l’ostacolo bisogna alzare lo sguardo. Alzare lo sguardo anche rispetto al congresso della Cgil, per cercare al di là delle due mozioni le idee e i valori positivi che stanno nelle staordinarie lotte della Fiom in fabbrica, con i migranti e la Val di Susa, ma anche nella storia di Lavoro e società. Sennò come fai a riannodare i fili? Per tornare a noi: credo che a sinistra del Pd ci sia spazio per un solo polo, ma le strade autonome per costruirlo sono più d’una.