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Perché l’Italia accetta ambasciatori colombiani corrotti, sotto processo e plurindagati?

14 set

- Lettera a Frattini dalla Rete italiana Colombia vive! –

Preoccupazione per la nomina del nuovo ambasciatore colombiano a Roma.

«Onorevole Ministro,

il giorno 9 settembre 2010 è stata pubblicata la notizia della nomina del nuovo ambasciatore della Repubblica colombiana a Roma. Il Dr. Andrés Felipe Arias, già Ministro dell’Agricoltura, dovrebbe sostituire il Dr. Sabas Pretelt de la Vega, citato in giudizio per  aver comprato voti di parlamentari colombiani serviti per approvare la riforma costituzionale che ha permesso la rielezione del ex Presidente Álvaro Uribe Vélez nel 2006.

Come affermato da un noto analista colombiano, sembra che l’unica prerogativa per ricevere incarichi diplomatici in Italia sia quella di avere problemi con la giustizia colombiana. È quasi impossibile non notare la consuetudine di inviare a Roma funzionari contestati pubblicamente, che finiscono per essere rinchiusi nelle carceri colombiane. Tra i casi più conosciuti, insieme a quello di Sabas Pretelt, vi sono quello dell’ex ambasciatore Luis Camilo Osorio, attualmente indagato per vincoli con i paramilitari quando rivestiva l’incarico di Procuratore Generale della Repubblica; quello di Jorge Noguera, ex console a Milano, accusato di aver ordinato intercettazioni illegali contro magistrati, giornalisti e membri dell’opposizione, e di aver agevolato attentati contro leader sociali e politici commessi dai paramilitari; quello di Fabio Valencia Cossio, ex ambasciatore a Roma che, anche se non è attualmente indagato, ha un fratello in carcere per legami con narcotrafficanti e paramilitari.

Anche il Dr. Arias ha conti in sospeso con la magistratura colombiana. È accusato, infatti, di aver assegnato illegalmente a proprietari terrieri, narcotrafficanti e paramilitari ingenti sussidi economici attraverso il “Programa Agro Ingreso Seguro”, senza che queste persone, in molti casi, possedessero terre per realizzare progetti finanziati dal governo. In questo modo, numerosi contadini e piccoli proprietari sono stati privati della possibilità di ricevere gli aiuti finanziari statali di cui avrebbero dovuto essere i principali beneficiari.

Quando Arias era Ministro della Agricoltura, l’espropriazione violenta e illegale delle terre di proprietà di migliaia di famiglie colombiane è aumentata in modo significativo. La Chiesa cattolica ha denunciato l’esistenza di 4 milioni di persone vittime di sfollamento forzato, il cui fenomeno è stato aggravato proprio da quelle pratiche che hanno facilitato l’espropriazione delle terre.

Come cittadini italiani ci chiediamo, dunque, per quali ragioni il governo colombiano continui ad inviare nel nostro Paese persone coinvolte in indagini giudiziarie. Essendo conoscitori profondi della drammatica realtà colombiana e delle dubbie qualità morali del Dr. Arias, Le chiediamo, Signor Ministro, di non accettare la sua nomina di ambasciatore della Repubblica colombiana in Italia. Rivendichiamo rispetto per la dignità del nostro Paese, che viene negata ogni qual volta il governo colombiano nomina come diplomatici ex funzionari coinvolti in attività criminose verificatesi durante lo svolgimento dell’incarico istituzionale ad essi assegnato.

Certi della cortese attenzione, le porgiamo cordiali saluti.

Andrea Proietti

Presidente Rete Italiana Colombia Vive!

L’inestricabile intreccio tra criminalità organizzata e finanza mondiale

7 set

- Un primo bilancio di “OLE – Otranto Legality Experience” -

Se non potete eliminare l’ingiustizia almeno raccontatela a tutti” così scriveva Alì Shariati, uno dei principali teorici dell’Islam non integralista.

Flare (Freedom Legality And Rights in Europe), il principale network internazionale contro la criminalità organizzata, fondato da Libera e composto da 45 organizzazioni di 27 Paesi, ha invitato ad Otranto, alla prima edizione di “OLE (Otranto Legality Experience)” intitolata “Economia illegale, mafie e globalizzazione finanziaria”, oltre 50 relatori/testimoni per raccontare il formarsi delle mafie globali, i loro affari e per illustrare i varchi che il funzionamento della finanza internazionale offre alla loro azione.

Ma gli aderenti a Flare non si accontentano di raccontare, sono attivisti nel pieno senso della parola e sono quotidianamente impegnati nell’azione sociale di contrasto alle mafie, spesso rischiando la vita, ed infatti ad Otranto non erano pochi i familiari delle vittime di mafia; a cominciare da Viviana Matrangola, figlia di Renata Fonte, prima donna amministratrice pubblica ad essere vittima nel 1984 di un delitto politico-mafioso per il quale sono stati puniti gli esecutori, ma mai i mandanti, collocati nei piani alti della politica e degli affari. Alcuni dei partecipanti al Forum sono riusciti a raggiungere la Puglia solo dopo innumerevoli peripezie attraverso le burocrazie statali europee, pur essendo in fuga ricercati dai clan criminali locali, come Mário Sá Gomes. Altri dall’Afghanistan, dall’Iran e dalla Nigeria non sono riusciti ad arrivare per la mancata concessione del visto da parte delle ambasciate italiane. Se pensiamo che avrebbero dovuto testimoniarci l’intreccio nei loro Paesi  tra criminalità, affari, governi e multinazionali, comprendiamo quanto sia stata grave la decisione delle rappresentanze italiane.

La competenza dei relatori, l’alta qualità delle relazioni e l’indubbia preparazione dei 150 partecipanti al Summer Camp (organizzato con una trentina di seminari mattutini e visite pomeridiane ai terreni confiscati) hanno trasformato il Forum, come si è potuto constatare anche negli incontri pubblici, in un’occasione unica a livello internazionale. Opportunità fondamentale per la formazione di chi vuole agire in questo campo, ma anche per l’informazione dei normali cittadini che nella loro vita subiscono, spesso senza averne coscienza, le conseguenze degli intrecci mafiosi.

Il Forum diventerà un appuntamento annuale. Il prossimo anno vi sarà una Summer School (sostenuta da tutti gli atenei pugliesi a da alcune università europee ed internazionali) per studenti universitari e neolaureati che vedrà riconosciuti dei crediti formativi; si replicherà il Summer Camp in forma più ampia, ed infine vi saranno alcune giornate di vero e proprio Forum aperte a chiunque sia interessato.

In attesa della pubblicazione degli atti completi del Forum, riassumo i cinque punti che ho affrontato nella sessione conclusiva del Forum:

1) Non c’è una separazione netta tra economia legale e illegale, anzi c’è un’economia finanziaria formalmente legale ma che concretamente si comporta illegalmente; questa zona grigia è fortemente aumentata negli ultimi anni e rischia di dilatare ulteriormente la propria azione nei prossimi anni. In particolare Pedro Paez, già ministro delle Finanze in Ecuador e membro della commissione Stiglitz delle Nazioni Unite, ci ha ricordato come mentre il PIL mondiale è di 67.000 miliardi di $, l’ammontare totale dei derivati finanziari, quindi di prodotti “off balance”, fuori dal bilancio formale delle banche , ammonta a 1,5 milioni di miliardi di $; la sola Banca d’America ha 100.000 miliardi di $ di derivati finanziari, una cifra superiore al PIL mondiale. Nei paradisi fiscali vi sono11.000 miliardi di $ non tassati. Questa immensa massa finanziaria è stata, e lo è ancora, in grado di condizionare fortemente l’economia mondiale.

2) L’UE non sfugge a tale situazione; con 29 sistemi giuridici differenti, più del numero degli Stati dell’Unione (infatti alcuni, come la Gran Bretagna, ne hanno più di uno, in base alle autonomie amministrative) e con altrettanti sistemi fiscali, anche qualora vi fosse una decisa, trasparente e unanime volontà politica di contrastare il crimine organizzato internazionale, è evidente come questo sia oggettivamente un obiettivo difficile da raggiungere, in una simile situazione. Ad oggi sono solo tre – e tra questi non c’è l’Italia – i Paesi dell’UE che hanno reso automatica sul loro territorio la confisca dei beni mafiosi decisa da un magistrato di un altro Paese europeo. Paradisi fiscali e off-shore sono di casa anche nell’UE: il caso dell’isola britannica Jersey, collocata nel canale della Manica, è solo uno dei più eclatanti.

3) Forte è l’ambiguità di non poche istituzioni nazionali e internazionali. Il 60% del commercio internazionale transita dai paradisi fiscali nell’indifferenza del WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. D’altra parte, solo per fare un esempio, sono le medesime regole del WTO che, garantendo 20 anni di brevetto monopolistico sui farmaci, favoriscono lo sviluppo del commercio illegale dei farmaci contraffatti nel sud del mondo. In alcuni Paesi l’intreccio tra economia illegale e Stato è sotto gli occhi di tutti; infatti crollerebbero intere economie se fosse azzerato il narcotraffico. Politiche repressive verso i migranti, quale è il progetto Frontex dell’UE, producono come conseguenza la crescita del traffico di esseri umani.

4) La crisi rischia di essere un ulteriore volano per l’economie criminali. In tempo di crisi le mafie sono tra i soggetti che meglio di altri possono garantire la disponibilità in tempo reale di ingenti quantità di denaro da investire; sono in grado di aggiudicarsi percentuali significative degli appalti per le grandi opere; trovano terreno fertile al moltiplicarsi delle pratiche usuraie. In una situazione nella quale diventa sempre più difficile la separazione tra economia materiale e speculazione finanziaria.

5) Movimenti globali contro la criminalità organizzata. L’appuntamento di Otranto è stato il risultato di un importante incontro tra due dei più interessanti percorsi verificatisi negli ultimi 15 anni: Libera, anima dell’antimafia sociale che punta alla sconfitta delle mafie attraverso la  mobilitazione della società civile e la sua capacità di affiancare e stimolare l’azione repressiva delle istituzioni e il WSF, il Forum Sociale Mondiale, cuore dei movimenti antiliberisti che per primi hanno compreso le drammatiche conseguenze per tutta l’umanità derivanti da un modello dominato dalla finanziarizzazione dell’economia e dalla globalizzazione dei mercati, in assenza di un ruolo prioritario delle istituzioni politiche. Potenziare e diffondere in una dimensione mondiale l’azione derivante da questo fecondo intreccio è stata l’intuizione di FLARE e sarà l’obiettivo prioritario del futuro prossimo di “OLE”.

Vittorio Agnoletto, Coordinatore Culturale di “OLE – Otranto Legality Experience”

La globalizzazione che ha favorito le mafie

5 set

- intervista a Terra – Parla Vittorio Agnoletto, coordinatore culturale del forum di Otranto, già portavoce della delegazione italiana al Forum sociale mondiale di Porto Alegre e del Genoa social forum durante il G8 di Genova.

«Questo è un momento storico particolare in cui le masse sono ormai diventate globali assieme alle mafie», spiega Vittorio Agnoletto, coordinatore culturale della Otranto Legality Experience (Ole), medico impegnato nella lotta contro l’Hiv, già portavoce nel 2001 della delegazione italiana al Forum sociale mondiale di Porto Alegre e del Genoa social forum durante il tragico G8 di Genova.

Quali sono i principali aspetti che avete analizzato?
A Porto Alegre, quasi dieci anni fa, già denunciavamo che la globalizzazione avrebbe aperto le porte ad ogni sorta di mafia illegale. Cosa puntualmente avvenuta. Prendiamo i Balcani, dove gli scontri sulle identità nazionali continuano mentre le mafie locali già si sono unite. Il secondo è invece la globalizzazione finanziaria e dell’economia. Perché il denaro oggi ha la possibilità di muoversi da una parte all’altra del mondo senza nessuna forma di controllo. E così anche il capitale illegale ha trovato ottime condizioni per spostarsi indisturbato e inserirsi nelle speculazioni finanziarie. Il potere politico, viceversa, ha ancora più difficoltà a muoversi.

Come ne usciamo?
Il 90 per cento delle transazioni finanziarie sono speculative. È evidente che quelle mafiose sono prevalenti. Ma se la politica ha difficoltà a controllare le transazioni servono nuovi strumenti. Al forum abbiamo chiesto ai più alti dirigenti della Ue nuove norme in grado di contrastare il capitale illegale.

Ad esempio?
Nella Ue soltanto 3 Paesi su 27 hanno approvato il meccanismo di confisca europea. E bisogna fare i conti con altrettanti sistemi giudiziari. Oggi se un magistrato italiano deve confiscare un bene in Belgio, non può farlo automaticamente. Una difficoltà oggettiva per contrastare la criminalità. Inoltre chiediamo alla Commissione europea una direttiva per consentire l’uso sociale dei beni confiscati, sul modello adottato in Italia. Anche se nel nostro Paese il 41 per cento dei beni che dovrebbero essere riutilizzati dalla società civile è ipotecato e sotto il controllo delle banche.

Riguardo ai paradisi fiscali di cui in questo periodo si parla molto?
Prima di tutto non sempre si tratta di luoghi lontani. In un dibattito si è parlato dell’isola di Jersey, un porto franco che si trova nella Manica. Infatti molte multinazionali hanno sede su quell’isola per evadere le tasse.

Le grandi coorporation quale ruolo giocano?
Il confine tra economia legale e illegale, tra crimine organizzato e multinazionale, è molto labile. Le mafie saccheggiano l’Africa in stretto rapporto con le multinazionali e nell’indifferenza degli Stati. Nelle miniere di coltan del Congo, fondamentali per produrre i cellulari, l’esercito tratta come schiavi e fa scavare migliaia di ruandesi scappati dalla guerra civile. Un materiale poi acquistato dalle multinazionali. Al forum c’è anche Pedro Paez, ex ministro delle Finanze dell’Ecuador, che ha il ruolo di ridisegnare le organizzazioni economiche sudamericane per sottrarle alla Banca centrale. L’economia deve dare delle risposte al contrasto alle mafie.

(intervista di Alessandro De Pascale)