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L’Oms: libero accesso alle forniture mediche necessarie per Gaza

3 giu

Nota stampa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – 1 Giugno 2010 | GERUSALEMME – L’Organizzazione Mondiale della Sanità rinnova l’invito a consentire il libero accesso nella Striscia di Gaza alle forniture mediche salvavita, oltre che una più efficace circolazione delle persone dentro e fuori dal territorio per la formazione medica e la riparazione dei dispositivi necessari per fornire un’assistenza sanitaria adeguata.
«Centinaia di attrezzature procurate da OMS e altre organizzazioni sono in attesa di entrare a Gaza da un anno-, dichiara Tony Laurance, capo dell’Ufficio dell’OMS per Gaza e la Cisgiordania – Questi strumenti includono scanner CT, raggi X, fluoroscopi, pompe di infusione, strumenti per la sterilizzazione, apparecchiature di laboratorio, UPS (gruppi di continuità), batterie e parti di ricambio per sistemi di sostegno come gli ascensori.
«È impossibile mantenere un sistema sanitario efficace e sicuro nelle condizioni di assedio che sono in vigore ormai dal giugno 2007», ha dichiarato Laurance «Non è sufficiente garantire solo le forniture, come farmaci e materiali di consumo. Apparecchiature mediche e pezzi di ricambio devono essere resi disponibili».
I vari limiti posti dall’assedio, che hanno un impatto sulla situazione sanitaria e sulla fornitura di assistenza sanitaria a Gaza, sono:
-L’impossibilità per il personale medico di lasciare Gaza per i corsi di formazione si ripercuote pesantemente sul livello di assistenza sanitaria disponibile per gli abitanti di Gaza. Allo stesso modo, tecnici e medici spesso non hanno la possibilità di acquisire le competenze necessarie per mantenere le attrezzature ospedaliere, molte delle quali sono cadute in rovina a causa di parti di ricambio non disponibili. Ciò comporta l’acquisto di nuove attrezzature costose.
-Il settore privato che fornisce e gestisce le attrezzature deve operare con un certo grado di efficienza, in particolare con la possibilità di ricevere personale e attrezzature da e verso Gaza.
-La maggior parte delle apparecchiature mediche dev’essere controllata regolarmente relativamente agli aspetti della sicurezza, i defibrillatori ad esempio devono essere testati due volte all’anno. Gli strumenti necessari per il controllo devono essere ricalibrati annualmente in laboratori specializzati che si trovano fuori da Gaza. Ma l’impossibilità di inviare tali apparecchi al di fuori della Striscia significa che non è stato possibile effettuare tali test per garantire la sicurezza delle apparecchiature.
«Una catena di approvvigionamento così frammentata e discontinua porta una imprevedibilità nella programmazione delle procedure salva-vita, quando sono necessarie per salvare vite umane», ha dichiarato Laurence.
Tale situazione, le condizioni discontinue dell’approvvigionamento di acqua e servizi igienico-sanitari hanno un impatto molto forte sulla fornitura di assistenza sanitaria e sulle condizioni di salute degli abitanti di Gaza.
Il secondo ospedale più grande di Gaza, l’ospedale europeo della Striscia di Gaza, opera 2 dei suoi ascensori su 3, non funzionanti a causa della mancata riparazione.
Tutti gli ospedali hanno atteso oltre 6 mesi per avere i pezzi di ricambio per riparare i loro sterilizzatori principali.
Pezzi di ricambio necessari per i laboratori di cateterizzazione cardiaca presso l’ospedale europeo di Gaza sono in attesa di entrare nei territori da 6 mesi.
Ci sono spesso carenze di farmaci essenziali, con il 15% -20% di tali farmaci comunemente esaurito.
Molti trattamenti specializzati (ad esempio per la chirurgia cardiaca complessa e alcuni tipi di cancro) non sono disponibili nella Striscia di Gaza. Molti pazienti che sono sottoposti a trattamenti al di fuori degli ospedali di Gaza hanno avuto i permessi di uscita negati o concessi in ritardo da parte delle autorità israeliane e non hanno per tanto effettuato le visite o le sedute necessarie. Molti sono morti in attesa di rinvio.

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Press statement – Unimpeded access of medical supplies needed for Gaza

1 June 2010 ¦ JERUSALEM — The World Health Organization renews a call to allow for the unimpeded access into the Gaza Strip of life-saving medical supplies, including equipment and medicines, as well as more effective movement of people in and out of the territory for medical training and the repair of devices needed to deliver appropriate healthcare.

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Hundreds of items of equipment have been waiting to enter Gaza for up to a year, procured by WHO and other organizations, says Mr Tony Laurance, head of WHO’s office for Gaza and the West Bank. These items include CT scanners, x-rays, fluoroscopes, infusion pumps, medical sterilization gasses, laboratory equipment, UPS (uninterrupted power supply) batteries, and spare parts for support systems like elevators.

“It is impossible to maintain a safe and effective healthcare system under the conditions of siege that have been in place now since June 2007,” Mr Laurance says. “It is not enough to simply ensure supplies like drugs and consumables. Medical equipment and spare parts must be available and be properly maintained.”

The various challenges posed by the siege that impact on the health situation, and delivery of health care in Gaza, include:

  • The inability for medical staff to leave Gaza for training impacts greatly on the level of health care available for Gazans. Similarly, medical technicians are often unable to acquire the latest expertise to maintain hospital equipment, much of which falls into disrepair due to spare parts not being available. This results in the costly purchase of new equipment.
  • The private sector which supplies and maintains equipment must operate with some degree of efficiency, particularly by being able to get staff and equipment in and out of Gaza.
  • Most medical equipment must be tested regularly for safety, for example defibrillators must be tested twice a year. The instruments needed for checking must be recalibrated annually in specialized laboratories outside Gaza. But the inability to send such equipment outside the Strip means it has not been possible to conduct such tests to ensure the safety of equipment.

“Such disruptions and the fragmented supply chain brings an unpredictability in scheduling life-saving procedures at a time and place when they are needed to save lives,” Mr Laurance says.

  • Disrupted power, water and sanitation services greatly impact on the delivery of healthcare and consequent health conditions for Gazans.
  • Gaza’s second biggest hospital, the Gaza-European Hospital, operates without 2 out of its 3 elevators not functioning due to disrepair.
  • All hospitals have been waiting for over 6 months to get spare parts to repair their main sterilizers.
  • Spare parts needed for the cardiac catheterization laboratories in the Gaza-European Hospital have been waiting to enter for 6 months.
  • There are often shortages essential medicines, with 15%–20% of such drugs commonly out of stock.
  • Many specialized treatments (e.g. for complex heart surgery and certain types of cancer) are unavailable in the Gaza Strip. Many patients who are referred for treatment to hospitals outside Gaza have had their applications for exit permits denied or delayed by Israeli authorities and have missed their appointments. Several have died while waiting for referral.

Israele: un atto di guerra contro l’umanità. la responsabilità è di chi ha sempre garantito l’impunità a Tel Aviv. Subito rottura degli accordi militari e ritiro degli ambasciatori

31 mag

L’aggressione israeliana alla flotta umanitaria è un atto di guerra contro tutta l’umanità. Infatti nella Storia moderna mai era fino ad ora avvenuto che uno Stato assalisse e uccidesse decine di pacifisti disarmati, mentre tentano di trasportare aiuti umanitari ad una popolazione sequestrata dopo un’azione di guerra unilaterale condannata da tutte le istituzioni internazionali.
L’assalto di oggi è stato possibile perché Israele sa di poter continuare a fregarsene completamente di ogni accordo internazionale e di potersi ritenere al di sopra di ogni legge e di ogni Convenzione grazie ad una totale impunità garantitagli da decenni da alcuni governi occidentali, innanzitutto dagli USA. La responsabilità dell’azione odierna ricade anche su coloro che, pure in Italia, hanno sempre difeso “senza se e senza ma” ogni atto di guerra e ogni violazione del diritto umanitario da parte di Israele; simili atti hanno favorito la convinzione nel governo israeliano che qualunque atto di forza alla fine sarebbe comunque stato accettato dall’opinione pubblica occidentale. Vorrei ad esempio sapere cosa ne pensano ora i vari editorialisti del Corriere e quei dirigenti del PdL e del PD che hanno accusato di razzismo la Coop per aver sospeso la distribuzione di alcuni prodotti israeliani sospettati di provenire da colonie sorte su territori occupati illegalmente. Quali parole troveranno ora per difendere Israele? Invocheranno la legittima difesa contro centinaia di pacifisti disarmati? Va rilanciato, come strumento di lotta nonviolenta, il boicottaggio contro i prodotti israeliani, innanzitutto quelli provenienti dai Territori Occupati; di fronte all’atto criminale odierno va chiesto all’Italia e all’Unione Europea l’immediata rottura di ogni accordo militare con Israele e il ritiro dei propri ambasciatori.
Invito ad organizzare oggi la più ampia mobilitazione in tutte le città in previsione di una necessaria mobilitazione nazionale da organizzarsi nei prossimi giorni.

Bene Coop! Ma il boicottaggio è una scelta etica e nonviolenta.

27 mag

Sembra veramente impossibile qualunque critica allo stato d’Israele. Questa volta a finire nell’occhi del ciclone è stata la Coop.  La sua colpa è semplicemente quella di aver applicato le normative UE sull’obbligo di informare i consumatori sull’origine dei prodotti messi in vendita.

In conseguenza di questa normativa la Coop ha ritenuto che su alcune merci israeliane non fosse stata dichiarata in modo preciso la loro provenienza; non era cioè specificato se fossero stati prodotti in Israele o nei territori occupati: regioni che come tutti dovrebbero sapere sono occupate illegalmente e dove il dominio israeliano non è riconosciuto dall’ONU. L’informazione sul luogo di produzione è obbligatoria per permettere al consumatore di poter fare le proprie valutazioni che possono essere di qualunque tipo: sulla sicurezza ambientale come di natura etica. La mancanza di queste informazioni lede il diritto alla libera scelta dell’acquirente. Se i prodotti esclusi dagli scaffali fossero stati di qualunque Paese nessuno avrebbe avuto nulla da ridire.

Ma Israele considera se stesso al di sopra di ogni regolamento internazionale e di qualunque pronunciamento dell’ONU, come chiunque ha potuto constatare in questi lunghi decenni. Ed è così partito il linciaggio verso chi ha osato tanto. Le scelte di Coop e di Conad sono state attaccate in modo bipartisan da Pdl e Pd; i pasdaran  di ambedue gli schieramenti hanno gareggiato fra loro: “cultura razzista”, “scelta ideologica e discriminatoria”, ed infine “decisione strabica”. Definizione, quest’ultima, che potrebbe sembrare addirittura una battuta satirica, ma di cattivo gusto, pronunciata da chi si ostina a non volere vedere (ecco il vero strabismo) la tragedia palestinese.

L’attacco concentrico ha ottenuto, almeno parzialmente, il suo obiettivo: Conad ha precisato di aver tolto i pompelmi solo perché non è più stagione !!!!! (un po’ più di fegato non avrebbe fatto male…); la Coop ha dovuto comprare una pagina intera dei principali quotidiani per precisare la propria posizione e, onore al vero, cercare di difenderla. Un’ultima, ma non meno importante, considerazione. La Coop, per spiegare le ragioni della sua scelta da non confondere con un boicottaggio scrive: «Il boicottaggio è un’azione del tutto estranea a Coop che da sempre opera seguendo i propri valori: solidarietà, eticità, cooperazione e trasparenza».

Il boicottaggio sarà pure estraneo alla Coop ma certamente non lo è ai valori della solidarietà, eticità, cooperazione e trasparenza. Anzi, a maggior ragione quando è il mercato a determinare il destino delle persone – e così è in questa nostra società – cercare  di usare il mercato per difendere i diritti umani e il diritto alla vita di un popolo è un atto non solo etico,  ma doveroso.

Applaudo quindi alla scelta di Coop, ma se avesse anche pubblicamente aderito alla campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti dai territori occupati, avrei applaudito due volte. Ma di questi tempi è bene sapersi accontentare.