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Congedo maternità: stessi diritti per lavoratrici autonome e dipendenti – Osservatorio Europa – Lavori in corso

26 mag

14 settimane è il periodo minimo di congedo per maternità, retribuito, previsto attualmente per le lavoratrici dipendenti dalla direttiva europea che regolamenta tale materia. Questo diritto andrebbe però esteso alle lavoratrici autonome e alle compagne, mogli o conviventi, di lavoratori autonomi, con i quali collaborano all’attività professionale. Pochi giorni fa lo ha chiesto il Parlamento europeo, esprimendo la sua opinione relativamente alla proposta di modifica della suddetta direttiva comunitaria e votando la relazione dell’eurodeputata Astrid Lulling, membro della Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere. Il testo, concordato con il Consiglio in seconda lettura, sancisce la necessità di garantire gli stessi diritti sociali delle impiegate, ovvero delle lavoratrici con contratto a tempo indeterminato, anche alle lavoratrici autonome e alle cosiddette “coniugi coadiuvanti” dei lavoratori autonomi. Le coniugi o conviventi coadiuvanti non sono lavoratrici dipendenti a tutti gli effetti ma spesso aiutano i propri mariti o compagni nel loro lavoro autonomo, in particolare nel settore agricolo, nelle piccole imprese e nelle libere professioni. Ogni Stato membro dovrà decidere se il pagamento per l’adesione ai regimi di assicurazione sociale (che copre congedo di maternità, malattia, invalidità e vecchiaia) dovrà essere obbligatorio anche per le lavoratrici autonome oppure se potranno accedervi volontariamente. E toccherà sempre ai Paesi dell’Ue valutare se rendere obbligatorio o volontario il congedo di maternità per le lavoratrici autonome: ogni Stato stabilirà se imporre o meno il periodo di riposo dopo il parto a tutte le lavoratrici e dunque, di conseguenza, le imposte relative, anche per chi non ha un lavoro dipendente. In ogni caso, questa protezione potrà essere «proporzionale alla partecipazione alle attività del lavoratore autonomo (nel caso in cui si tratti di una donna che lavora insieme al proprio coniuge o compagno lavoratore autonomo, ndr) e/o al livello di contribuzione».

Il periodo di 14 settimane rappresenta tra l’altro «un minimo, prorogabile dagli Stati membri tenendo conto del loro diverso status nonche delle loro esigenze specifiche». L’Europarlamento ha inoltre previsto «per tenere conto delle specificita’ del lavoro autonomo», la possibilità per le conviventi collaboratrici di lavoratori autonomi di accedere «a un servizio di supplenza temporanea esistente che consenta loro interruzioni di attività in caso di gravidanza o per maternità, oppure agli eventuali servizi sociali nazionali esistenti. L’accesso a tali servizi può costituire un’alternativa all’indennita’ di maternita’ oppure una parte di essa». In questo caso la donna in congedo non riceverebbe l’intera indennità ma potrebbe essere facilmente sostituita nell’impresa familiare. Infine, viene chiesto agli Stati membri di adottare le misure necessarie per assicurare che le condizioni per la fondazione di un’impresa tra coniugi (o conviventi, nei Paesi in cui sono riconosciuti dalla legge nazionale, e sappiamo che ciò non accade in Italia…) non siano più restrittive che tra altre persone. Il Consiglio prevede di adottare gli emendamenti votati dall’emiciclo di Bruxelles il prossimo 7 giugno. Gli Stati membri avranno quindi due anni di tempo per introdurre modifiche alla direttiva, o quattro anni se avessero difficoltà a trovare le risorse per garantire il livello standard di protezione sociale alle lavoratrici autonome e alle mogli o conviventi dei lavoratori autonomi.

Bruxelles. No alle 85 ore settimanali per gli autotrasportatori autonomi

10 mag

Lavori in corso – Osservatorio Europa.

La Commissione Impiego e Affari Sociali del Parlamento europeo ha bloccato, per ora, il tentativo della Commissione Europea di aumentare in modo significativo il tempo di lavoro degli autotrasportatori indipendenti, non salariati da un’azienda ma che svolgono in proprio la loro attività. Infatti nel nuovo regolamento proposto dall’esecutivo, ossia dalla Commissione Europea, il tetto delle ore di guida settimanali sarebbe passato da 60 a 85: con gli evidenti rischi per la sicurezza di chi guida (e di chiunque viaggi sulle autostrade europee) e con l’evidente ricaduta sui camionisti dipendenti, che si sarebbero trovati a dover competere “ad armi impari” con i lavoratori “free lance”.

Nel Parlamento Europeo, per ora, è stata bloccata tale proposta, che mirava ad escludere questa categoria di lavoratori dalla direttiva 2002/15, attualmente in vigore, sulla regolamentazione del tempo di lavoro per le persone che svolgono un’attività di guida del trasporto su strada. La direttiva definisce, tra l’altro, i tempi di riposo per gli autotrasportatori e le ore di lavoro supplementari: quelle, per esempio, di carico e scarico, di relazione con i fornitori e con i clienti; il suo scopo è espressamente quello di «proteggere i lavoratori».

Gli autisti autonomi avrebbero dovuti essere inclusi automaticamente nel testo del 2002 a partire dal 23 marzo 2009, a meno che la Commissione Europea non avesse fatto una proposta alternativa entro quel termine.

E così è successo: nell’ottobre 2008, l’esecutivo Ue ha proposto la loro esclusione da quanto sancito dalla direttiva.

In una prima sessione di voto, nel maggio dello scorso anno, la sessione plenaria del Parlamento europeo, con una maggioranza composta da socialisti, verdi e Gue (Sinistra unitaria europea), riuscì ad opporsi a quanto chiesto dalla Commissione Europea.  A quel punto il dossier è stato rinviato alla commissione parlamentare competente, e la procedura rinviata alla legislatura seguente.

Dopo le elezioni europee di luglio, quindi, con il nuovo assetto dell’emiciclo, la battaglia è diventata più difficile. Per un solo voto, nel settembre 2009, la “nuova” Commissione Impiego e Affari sociali si è opposta al precedente voto, dicendo «sì» alla proposta della Commissione europea.

Così, la procedura relativa al dossier – con la negoziazione tra i vari gruppi, la presentazione di emendamenti etc – è ricominciata dall’inizio.

Pochi giorni fa, mercoledì 28 aprile, quindi, la stessa Commissione Impiego e Affari sociali si è dovuta pronunciare su una nuova relazione legislativa, redatta da Edite Bauer, del Ppe, che sosteneva la posizione della Commissione europea, ovvero a favore dell’esclusione dei lavoratori autonomi dai vincoli sul tempo di lavoro. E questa volta ha vinto il «no» dei deputati europei al parere dell’esecutivo Ue.

Ora tale risoluzione di rigetto siglata in seno alla Commissione Impiego e Affari sociali dovrà ottenere il consenso della prossima sessione plenaria del Parlamento europeo, prevista dal 14 al 17 giugno, per essere definitivamente efficace.

Un simile risultato potrebbe spingere  la Commissione a non tentare nuovi colpi di mano liberisti e falsamente modernizzatori.

Resta scandaloso, in ogni caso, l’ennesimo tentativo della Commissione Europea, sostenuta dai governi, di affermare il primato del profitto a tutti i costi, a scapito dei diritti e della sicurezza di lavoratori e cittadini: a che servono allora le tante campagne di sensibilizzazione ed informazione, per la prevenzione degli incidenti stradali?

A fianco della scelta degli europarlamentari, ed in particolare del gruppo della Sinistra Europea che ha votato contro la proposta della Commissione, ci sono stati e continueranno ad esserci i sindacati europei, che da tempo si oppongono a provvedimenti che aumenterebbero il dumping sociale. Per questo, in occasione dell’avvio della discussione su questo a tema a Bruxelles, lo scorso 28 aprile, hanno manifestato sotto le aule dell’Europarlamento, esprimendo il loro dissenso verso una norma che aumenterebbe il rischio di essere sfruttati dai propri datori di lavoro, per poter competere con gli autotrasportatori autonomi.

Presunta richiesta di Trenitalia al suo personale di contare i Rom: presentata un’interrogazione al Parlamento europeo

6 mag

Su mia richiesta Cornelia Ernst, membro della Commissione Libertà civili dell’Europarlamento, eurodeputata del Gue, il gruppo della Sinistra europea del quale anch’io ho fatto parte nel mio mandato di parlamentare, presenterà domattina un’interrogazione urgente a Commissione e Consiglio per chiedere di far luce sulla presunta richiesta di Trenitalia al suo personale di bordo di indicare eventuali viaggiatori di etnia Rom. Se venisse confermata la notizia diffusa oggi, infatti, saremmo di fronte a numerose violazioni del diritto e delle normative europee: la Carta dei diritti dell’Unione Europea e la direttiva n.43 del 2000, contro le discriminazioni etniche e razziali, che “attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica”, per la quale non a caso l’Italia è stata messa sotto procedura d’infrazione; solo per citare le due fonti più importanti, oltre alle tante risoluzione dell’emiciclo di Bruxelles contro le discriminazioni. Ogni tentativo di “schedare” i cittadini Rom è in contrasto con le direttive comunitarie e con gli accordi internazionali sui diritti umani: ci rivolgiamo alle istituzioni europee affinchè ne chiedano ufficialmente conto a Trenitalia.

Respingimenti, ecco come il Consiglio d’Europa ha criticato l’Italia

3 mag

Lavori in corso – Osservatorio Europa -

Dal 27 al 30 luglio dello scorso anno una delegazione del Comitato per la prevenzione della tortura (il caso vuole che l’abbreviazione dell’istituzione sia proprio Cpt) del Consiglio d’Europa ha visitato l’Italia, con lo scopo di esaminare la politica dei respingimenti del nostro Paese, di capire come venivano individuati i migranti in mare e quali procedure venivano a quel punto avviate. Pochi giorni fa il Cpt ha pubblicato il resoconto di quella visita: una denuncia che ha fatto il giro di tutt’Europa, con una grande risonanza mediatica anche in Italia. Ma qual è il contenuto di quel dossier? Anzi tutto, occorre precisare che la delegazione del Consiglio d’Europa ha incontrato, oltre ai rappresentanti istituzionali del governo, responsabili dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Guardia Costiera e della Marina militare. Ha intervistato persone che si trovavano in varie strutture di identificazione: il centro di ricezione dei migranti irregolari di Caltanissetta, due centri per minori sempre in Sicilia, il Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, a Roma. Riguardo alla collaborazione da parte delle autorità, come si legge nel testo del rapporto, il livello di cooperazione a livello locale è stato soddisfacente ma non quello dell’apparato centrale: alla delegazione è stato negato l’accesso a varie informative e documenti che aveva richiesto, altre informazioni chieste in precedenza non sono state fornite, tutti gli incontri con la Guardia di Finanza si sono svolti in presenza di un rappresentante del Ministero dell’Interno…Questa prima denuncia ha un preciso rilievo formale: è in contraddizione con l’articolo 8, paragrafo 2, della Convenzione europea per la prevenzione della tortura e dei trattamenti degradanti o punitivi. Inoltre, il Comitato si rammarica di aver appreso dalla stampa e non dalle istituzioni, proprio nei giorni della sua visita in Italia, dello svolgersi di un’operazione di respingimento. L’analisi della delegazione ha riguardato le sette operazioni simili che si sono svolte tra il 6 maggio e il 31 luglio 2009: secondo i dati forniti dall’Italia, 602 immigrati (più di 900 per l’Agenzia dell’onu per i rifugiati, l’Unhcr) in quel periodo furono respinti verso la Libia e 23 rimandati in Algeria. Almeno sette di loro erano probabilmente minorenni, alcune donne erano incinte. Su 623 imbarcazioni seguite e contattate complessivamente dall’Unhcr, 97 avrebbero avuto diritto a una forma di protezione internazionale: ciò nonostante, il Governo italiano ha dichiarato che nessuno dei migranti respinti ha fatto domanda di asilo e che, di conseguenza, non vi è stata la necessità di identificarli e verificarne la nazionalità! Ma ovviamente, come sottolinea anche il Cpt, le condizioni in cui si trovavano i migranti non erano tali da permettere loro di avere piena consapevolezza della possibilità di presentare domanda di asilo. Dopo un’attenta disamina dei presupposti legislativi della politica dei respingimenti attuati dall’Italia, il comitato del Consiglio d’Europa analizza ogni operazione effettuata, citando particolari a dir poco scandalosi. Il 6 maggio, ad esempio, 231 migranti, tra i quali quattro donne incinte, furono trasportati in Libia in 12 ore di viaggio, senza cibo e con una quantità insufficiente di acqua. Stesso trattamento per altre 82 persone respinte il 1 luglio 2009; sei di loro hanno sostenuto di essersi feriti nel corso dell’operazione e di essere stati poi trasferiti in ospedale una volta arrivati in Libia. Non è chiaro come ciò sia potuto accadere: per questo il Cpt chiede un’indagine approfondita sul trattamento riservato ai migranti.

Per tutte queste gravi inadempienze del nostro Governo, il Cpt chiede di rivedere la politica di intercettazione dei migranti in mare: non è tollerabile la violazione del principio di non refoulement (non respingimento) contenuto nell’articolo 3 della Convenzione europea sui Diritti umani, sottoscritta dall’Italia. Secondo quanto sancito dalla Convenzione, a tutte le persone deve essere garantito il diritto di presentare una domanda di richiesta di protezione internazionale, dopo aver ricevuto le necessarie cure mediche e l’assistenza di cui hanno bisogno. La Libia, si legge ancora nel testo, non è considerata un Paese sicuro dal punto di vista del rispetto dei diritti umani: il rischio di tortura e maltrattamenti per chi viene respinto verso quello Stato è altissimo.

La denuncia e la richiesta del Cpt sono, in conclusione, chiarissime: il governo italiano è sotto accusa e non potrà ignorare questo pesante richiamo internazionale.