Che cosa ha fatto Vittorio…
La truffa dell’influenza H1N1
Secondo i dati recentemente pubblicati dall’ European Center for Diseases Prevention and Control, il numero di decessi causati dall’influenza H1N1, da quando, nel giugno 2009 l’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) l’ha classificata come un “epidemia”, sono stati, in Europa, 1528. Fino ad ora in Europa vi è stata una media di 40.000 morti/anno a causa della normale influenza stagionale, con un picco di 220.000 decessi in caso di un ceppo virale estremamente resistente. Dal confronto fra questi semplici dati è facile comprendere come nel caso dell’influenza suina (H1N1) si è trattato di una falsa epidemia sulla quale le case farmaceutiche hanno guadagnato miliardi di euro.
E’ sufficiente citare alcuni esempi per rendersene conto: la Svezia ha pagato 95 milioni di Euro per acquistare 13 milioni di dosi di vaccino, delle quali ne sono state usate unicamente 6 milioni; la Francia ha speso 869 milioni di euro per 94 milioni di dosi delle quali ne ha utilizzate unicamente 5 milioni; la Germania ha speso 420 milioni di E per 50 milioni di dosi delle quali ne ha utilizzate solo 20 milioni. Il governo tedesco ha cercato di vendere, senza trovare acquirenti, i 30 milioni di dosi avanzate, ad altri Paesi sostenendo che questo vaccino avrebbe potuto essere usato anche contro l’influenza stagionale (ma comunque entro la metà del 2011, data di scadenza del vaccino): ma non ha trovato alcun acquirente anche a causa delle polemiche sulla sicurezza del vaccino stesso.
L’Italia ha speso 184 milioni per acquistare 24 milioni di dosi delle quali ne sono state utilizzate unicamente 850.000. Nel contratto firmato tra la Novartis e il governo italiano vi erano, tra l’altro, le seguenti clausole: nel caso in cui i tempi di consegna non fossero stati rispettati era sufficiente per la compagnia farmaceutica avvisare il ministero sette giorni prima e nessuna giustificazione ulteriore sarebbe stata richiesta; se in conseguenza dell’uso del vaccino si fossero verificati dei danni alla salute l’azienda non sarebbe stata ritenuta responsabile per questo, ma il ministero avrebbe pagato per i risarcimenti; se il vaccino non avesse ottenuto l’autorizzazione per essere commercializzato il Ministero avrebbe pagato un forfait di 24 milioni di Euro alla compagnia.
Nel dicembre 2009 il Consiglio d’Europa, che raccoglie 47 nazioni (da non confondere con il Consiglio Europeo dell’UE), ha votato una risoluzione per attivare un’inchiesta sul ruolo delle aziende farmaceutiche in questa vicenda; il Consiglio decise di prendere una simile iniziativa dopo aver constatato come i governi europei avevano affannosamente acquistato milioni e milioni di vaccini per rispondere al terrore che si era diffuso tra la popolazione. Ad esempio, il Dipartimento Inglese per la Salute ipotizzando 65.000 morti, ha speso 1 miliardo di sterline, attivato una speciale linea informativa via web, sospeso la normale prassi di prescrizione, in tal modo il vaccino poteva essere somministrato senza una particolare ricetta; inoltre sono stati attivati i responsabili degli obitori in previsione di un enorme picco di decessi e la polizia è stata allertata nel caso fosse stata chiamata per prevenire disordini provocati da masse di persone che avrebbero cercato di procurarsi il vaccino. Ma in Gran Bretagna vi sono stati 5000 casi d’influenza H1N1 e 251 morti; cifre che non possono certamente costituire un’epidemia. In tutto il mondo furono sospesi viaggi e intere famiglie furono trattenute sotto osservazione in ogni angolo della terra. Il Consiglio d’Europa nell’attivare l’inchiesta si è limitato ad osservare l’enorme guadagno delle multinazionali farmaceutiche a fronte di alcun rischio economico, come bene evidenziano le clausole contenute nell’accordo italiano. Quando, un anno dopo, nel maggio di quest’anno è emersa tutta l’enorme disparità tra l’allarme lanciato e quanto realmente avvenuto, nessun ministro della sanità sentì il dovere di dimettersi, l’OMS non fece alcuna autocritica e i media relegarono la notizia in servizi giornalistici secondari.
Non si fa certo fatica ad immaginare quanto abbiano lavorato le grandi compagnie farmaceutiche per collocare dei “loro uomini” in alcuni posti chiave dell’informazione mondiale e nazionale e ai vertici dell’OMS. E’ utile ricordare che fino al giugno 2009 la definizione ufficiale di pandemia era “La velocità di un nuovo virus contro il quale la popolazione umana non ha immunità e che causa alta morbilità e mortalità” , dal giugno 2009 l’OMS modificò la definizione nel seguente modo “La velocità di un nuovo virus contro il quale la popolazione umana non ha immunità” senza più alcun riferimento all’alta morbilità e mortalità. Non si deve dimenticare che la proclamazione di un’epidemia provoca non solo un effetto psicologico immediato nella popolazione mondiale e di conseguenza una forte pressione sui governi (ammesso che non siano già stati “sensibilizzati” dalle case farmaceutiche), ma modifica anche le modalità di immissione e di commercializzazione dei prodotti, farmaci e vaccini, allentando la rigidità dei controlli.
Tra gli organismi accreditati come consulenti dell’OMS troviamo SAGE (Strategic Advisory Group of Export) e ESWI (European Scientific Working group on Influenza) : con il ruolo di osservatori in SAGE troviamo GlaxoSmithKline, Novartis, Baxter e tra i finanziatori di ESWI troviamo: Baxter Vaccins; MedImmune; GlaxoSmithKline,Sanofi Pasteur, Novartis, Hofmann-La Roche. A questo punto può essere utile ricordare da chi sono prodotti i alcuni farmaci e i alcuni vaccini: il Tamiflu è prodotto dalla Hofmann-La Roche; il Relenza dalla GlaxosmithKline; i vaccini da: Novartis, GlaxoSmithkline, Baxter Vaccines. Ogni ulteriore commento è superfluo.
Tortura di Stato
Federico Aldrovandi, Emmanuel Bonsu, Aldo Bianzino, Stefano Cucchi. Sono solo quattro delle decine di persone che hanno perso la vita o sono state ferite mentre si trovavano in stato di fermo, detenute, mentre le forze dell’ordine avrebbero dovuto garantirne l’incolumità.
Negli ultimi dieci anni nelle carceri italiane sono morti più di 1.500 detenuti, di cui oltre un terzo per suicidio (gli altri per malattia o per cause da accertare). Inoltre si registrano «continue segnalazioni di tortura e altri maltrattamenti a opera di agenti delle forze dell’ordine, soprattutto nei confronti di migranti», come dichiara Amnesty international nel suo rapporto 2009, nel dossier relativo all’Italia. Nei centri di identificazione ed espulsione scoppiano periodicamente proteste per le condizioni di vita e per il trattamento subito. Il caso di Joy e Hellen, le due donne che hanno denunciato violenze e attenzioni sessuali da parte degli agenti di sorveglianza al centro di via Corelli, è solo l’ultimo di una lunga serie che io stesso ho cercato per quanto mi fosse possibile, più volte, di risolvere e denunciare.
Uno dei maggiori ostacoli alla ricerca di verità e giustizia è rappresentato nel nostro Paese da una grave lacuna giuridica che nessun governo ha ancora colmato: l’assenza del reato di tortura nel codice penale. Proprio pochi giorni fa, l’Italia non ha accettato di introdurre una definizione esplicita di «tortura» nel Codice penale così come raccomandato dal Consiglio diritti umani dell’Onu che a febbraio ha esaminato la situazione italiana formulando una serie di raccomandazioni.
Quindi ancora oggi, nonostante la ratifica – oltre vent’anni fa – della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, gli atti di tortura e i maltrattamenti commessi dai pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni vengono perseguiti attraverso figure di reato ordinarie, come lesioni, abuso d’ufficio, falso, e puniti con pene non adeguatamente severe, oltre che molte volte soggetti a prescrizione. L’Italia, poi, come denuncia ancora Amnesty «non ha ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura, che imporrebbe l’adozione di meccanismi di prevenzione della tortura e dei maltrattamenti, tra cui un’istituzione indipendente di monitoraggio sui luoghi di detenzione e non si è dotata di un organismo per il monitoraggio sui diritti umani, né di regole per l’identificazione degli agenti di polizia durante le operazioni di ordine pubblico».
Altra nota dolente, che ci riporta tristemente al luglio del 2001, a Genova: il numero identificativo per gli agenti. Dovrebbero essere le forze dell’ordine in primis a chiedere la possibilità di identificare i colpevoli per difendere l’immagine complessiva della polizia e per ribadire che le responsabilità dei reati appartengono ai singoli e che come tali vanno puniti.
Anche se è sempre più difficile poter credere all’idea delle mele marce; in questo caso è bene sapere che le prime mele marce da rimuovere stanno ai vertici della polizia e dei servizi segreti.
È il caso della Diaz: finalmente, il 19 maggio scorso, il tribunale ha riconosciuto in appello le responsabilità della catena di comando di chi ordinò, senza alcun motivo, l’assalto alla scuola, ribaltando la sentenza di primo grado. Il 17 giugno è stato condannato Gianni De Gennaro, allora capo della polizia e oggi coordinatore unico dei servizi segreti, per istigazione alla falsa testimonianza dell’ex questore di Genova Francesco Colucci. In sostanza il tribunale ha stabilito che De Gennaro era al corrente di quanto stava accadendo alla Diaz; esattamente quello che il GSF sostenne fin da quella notte del 21 luglio.
Il clima, forse, è cambiato anche dopo il clamore dei casi Aldrovandi, Cucchi, Gugliotta. La stampa ne parla, l’opinione pubblica è più disincantata. Ora queste significative vittorie giudiziarie devono servire per chiede verità e giustizia per quello che resta un grave buco nero nella vicenda genovese: la mancanza di un qualunque processo per la morte di Carlo; l’unica possibilità resta un nuovo ricorso alla Corte europea.
Ma le recenti sentenze sul luglio 2001 possono ridare coraggio anche a tutti coloro che chiedono verità e giustizia per un parente o un amico morto o ferito in luoghi come le caserme e le carceri.
I rappresentanti delle forze dell’ordine condannati in primo grado dovrebbero essere allontanati dagli incarichi di responsabilità, e chi è stato condannato definitivamente dovrebbe essere espulso dalle forze di polizia. Così non è andata per i dirigenti condannati per la Diaz, subito difesi a spada tratta dal governo (e da personaggi politici direttamente coinvolti nella gestione di Genova). È il garantismo usato a piacimento, a seconda di chi si trova sul banco degli imputati. Ma non possiamo purtroppo nemmeno dimenticare che tutti i governi che si sono succeduti dal 2001 ad oggi, compreso il governo Prodi , hanno promosso ai massimi livelli i responsabili della gestione dell’ordine pubblico a Genova, imputati e condannati compresi. Chi infanga la divisa che indossa dovrebbe pagare per il reato commesso, con l’aggravante di aver agito utilizzando il proprio ruolo pubblico e di potere.
Non è possibile che i cittadini debbano affidare la tutela dei propri diritti e la difesa della Costituzione a chi ha compiuto simili violenze e tali reati. Questa sì dovrebbe essere considerata una situazione di vero allarme sociale, di mancanza di sicurezza, per usare parole care alla destra!
Se ripensiamo alle suonerie con inni fascisti sui cellulari di molti poliziotti e carabinieri protagonisti delle violenze genovesi, appare non più rinviabile una modifica profonda dei criteri utilizzati per il reclutamento; è necessario liberarci definitivamente da un passato con il quale, in alcuni settori dello Stato, non si sono mai fatti i conti fino in fondo.
Sanità e scuola pubblica
Scuola e sanità pubblica vivono una situazione di grave crisi; sono costantemente oggetto di tagli (invece che di investimenti) e di “riforme” che gli addetti ai lavori, ma non solo loro, denunciano come un vero e proprio attacco all’esistenza stessa di questo importante capitolo del welfare. Non a caso avevo scelto di porre proprio la difesa del welfare pubblico al centro dell’ultima campagna elettorale regionale. La presenza in Lombardia di alcune eccellenze sanitarie, per la disponibilità di strumentazione e per la preparazione professionale di un parte del personale, non fa che aumentare la responsabilità di una regione totalmente disinteressata a valorizzare un simile patrimonio pubblico.
In materia di scuola la giunta regionale non dispone di competenze legislative in senso stretto (si occupa solo della formazione professionale e del diritto allo studio) ma Formigoni tenta da tempo di forzare tale limite. E ci è riuscito, realizzando un’aperta invasione di campo con la legge regionale n. 19/2007, sulla quale a suo tempo Ds e Margherita si erano astenuti. L’idea del governatore lombardo è quella di interpretare il federalismo, anche nell’ambito dell’istruzione, come subalternità del pubblico al privato. Lo strumento con il quale i fondi vengono girati alla scuola privata, visto il divieto costituzionale di finanziamento diretto, è dal 2001 il «buono scuola», chiamato anche «dote per la libertà di scelta», che viene finanziato con fondi autonomi della Regione Lombardia. Si tratta di 50 milioni di euro per l’anno scolastico che si è appena concluso, 2009/2010, per un totale, dal 2001 a oggi di 377 milioni di euro. E a chi vanno questi soldi? Al 62,12% dei 98.392 studenti delle scuole private, che rappresentano solo il 9 per cento sul totale degli studenti lombardi (dati anno scolastico 2008/2009).
Ma la cosa più scandalosa è che per ottenere il buono scuola, che è tecnicamente un rimborso alle famiglie di una parte della retta scolastica, non vale l’Isee (l’Indicatore della situazione economica equivalente, un modello che si usa nel calcolo di varie certificazioni fiscali e che considera non solo il reddito, ma anche gli immobili, la disponibilità sul conto corrente etc.) come per gli altri contributi pubblici e non viene considerata la situazione patrimoniale del nucleo familiare. I limiti di reddito sono molto ampi: ricevono il sussidio pubblico anche famiglie che dichiarano al fisco 197.979 euro di reddito annuo!
Mentre la scuola pubblica, come sappiamo, arranca anche in Lombardia e vengono addirittura chiusi importanti istituti come la scuola civica Gandhi di Milano. Infatti nonostante la protesta di studenti e insegnanti, anche quel capitolo si è risolto con un nulla di fatto. Si trattava di un servizio importantissimo per gli studenti-lavoratori e per le persone con disponibilità economiche ridotte: era quella una delle poche opzioni per poter continuare gli studi. Ma il sindaco Moratti e la sua giunta sono stati inflessibili nel tagliare questa risorsa. Si tratta di una vicenda comunale, al contrario del “caso” del buono scuola, appannaggio della Regione, : ma logica è la medesima. Non a caso si tratta di due istituzioni omogenee per maggioranza politica.
Sul fronte della sanità, invece, Formigoni continua a celebrare le lodi di un modello da esportare. Peccato che dimentichi sistematicamente le 80mila cartelle cliniche di strutture private convenzionate “sotto osservazione” da parte dei magistrati, che sarebbero state gonfiate per ottenere rimborsi illeciti pari a 18 milioni di euro, milioni pagati con i soldi dei cittadini lombardi.
Nel 2000 il 30 per cento della spesa per la sanità in Lombardia andava alle strutture private e il 70 al pubblico, mentre nel 2008 si è arrivati al 38 per cento ai privati e al 62 alla sanità pubblica e il trend del privato è in continua crescita nonostante i ripetuti scandali.
L’opposizione presente al Pirellone fa poco o niente, continuando a predicare un inspiegabile spirito di collaborazione bipartisan. Sanità e scuola pubbliche sono servizi essenziali per tutta la popolazione e soprattutto per le fasce più povere. Questi temi diventano ancora di maggior attualità ora che, con il taglio dei finanziamenti alle regioni e agli enti locali realizzato dal governo nella recente manovra economica, rischiano di subire un ulteriore attacco. Il modello Lombardia, peggiorato, rischia di diventare il modello nazionale. Il risultato sarà da un lato la chiusura di alcuni servizi e l’aumento delle rette e dei ticket e dall’altro la privatizzazione, che in Lombardia significa consegna di servizi strategici alle cooperative e alle imprese della Compagnia delle Opere/Comunione e Liberazione.


Nessun commento