Che cosa è successo in Europa…
Rifugiati: arrivano gli incentivi per il “reinsediamento”
Novità per i rifugiati in Europa. Il Parlamento europeo ha varato una relazione che istituisce il Fondo europeo per i rifugiati per il periodo 2008-2013; uno dei suoi obiettivi è il reinsediamento, un termine giuridico con il quale si intende il processo mediante il quale cittadini di paesi terzi o apolidi, su richiesta di protezione internazionale, sono trasferiti da un Paese terzo a uno Stato membro dell’Unione europea in cui sono autorizzati a soggiornare. Tale trasferimento può avvenire in virtù della condizione di rifugiato o di uno status che offra gli stessi diritti e gli stessi vantaggi che il diritto nazionale e quello comunitario riconoscono allo status di rifugiato. Si tratta quindi di una delle soluzioni più concrete e soprattutto di lungo periodo per le persone costrette a scappare dai loro Paesi di provenienza. Il problema è che questo regime comune di reinsediamento europeo è volontario per gli Stati membri, che quindi possono decidere o meno di aderirvi. Nonostante negli ultimi anni sempre più Paesi dell’Unione abbiano partecipato a tali programmi di reinsediamento, lo stesso emiciclo di Bruxelles ha riconosciuto che «promuovere la solidarietà all’interno dell’Ue è fondamentale ma non sufficiente per realizzare una politica comune in materia d’asilo che sia credibile e sostenibile». Non è comparabile, ad esempio, il numero di persone accolte in Europa rispetto ad altri Paesi “occidentali” come il Canada o l’Australia. È stato per tanto deciso di incentivare economicamente altri Stati membri a prendervi parte: il Parlamento europeo propone infatti di assegnare al Paese in oggetto fino a 6000 euro per ogni persona reinsediata. In particolare, come si legge nel testo del relatore Rui Tavares, europarlamentare del GUE, il gruppo della sinistra europea, «Per gli Stati membri che presentano per la prima volta una richiesta di finanziamento […], l’importo fisso per persona reinsediata è pari a 6000 euro nel primo anno di calendario e a 5000 euro nel secondo. Negli anni successivi l’importo fisso è pari a 4000 euro per persona reinsediata. L’importo supplementare che i nuovi Stati membri partecipanti ricevono nei primi due anni della loro partecipazione è investito nello sviluppo di un programma di reinsediamento sostenibile».
Con questo contributo, l’Europa sgrava i singoli Paesi da parte dell’onere economico per accogliere i rifugiati: se anche si volessero negare il valore della solidarietà e i dettami delle convenzioni internazionali sui diritti umani (la Lega docet), nessuno potrà comunque più dire, in ogni caso, che si tratta di un costo di cui si fa carico interamente lo Stato nazionale.
Vi sono alcune categorie di persone maggiormente vulnerabili e che avranno per tanto priorità nell’accoglimento della loro domanda e nel loro trasferimento in un Paese membro: bambini e donne a rischio, specialmente di sfruttamento o violenza psicologica, fisica o sessuale; minori non accompagnati per i quali il reinsediamento è la miglior scelta possibile, nel loro interesse, nel rispetto della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia; persone in condizioni sanitarie gravi che necessitano di un trattamento medico speciale, che può essere realizzato solo in seguito a reinsediamento; sopravvissuti alla violenza e alle torture; persone che necessitano di un reinsediamento d’emergenza o urgente per esigenze legali e di protezione.
I deputati hanno inoltre approvato, sempre nell’ambito della decisione sul Fondo europeo per i rifugiati, la creazione dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo. Il suo scopo è quello di fornire agli Stati membri un’assistenza specialistica, necessaria per attuare una politica europea comune in materia di asilo che sia coerente e di alta qualità. In particolare, l’Ufficio coordinerà gli scambi di informazioni relative al reinsediamento tra i diversi Paesi, con la creazione di un forum consultivo al quale parteciperanno tutti i soggetti coinvolti.
Infine, nel 2014, la Commissione competente del Parlamento europeo, ovvero la Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, dovrebbe ridiscutere il programma comune di reinsediamento Ue allo scopo di individuare i miglioramenti necessari.
Swift: l’Europa non sarà “la sorella piccola del grande fratello”
Si chiama Swift, è una società americana che gestisce l’80 per cento dei versamenti bancari internazionali al mondo, opera in 208 Paesi, gestendo le informazioni riguardanti i titolari del conto, i beneficiari, le somme versate. Raccoglieva e conservava tutti questi dati in duplice copia, in due centri di stoccaggio, uno negli Stati Uniti, l’altro in Olanda. Dopo l’11 settembre e l’inizio della guerra al terrore di Bush la Swift è stata costretta dal governo statunitense, e in particolare dal dipartimento del Tesoro, a fornire tutte le informazioni in suo possesso, in applicazione del «Programma di contrasto al finanziamento del terrorismo».
Nel 2006 la notizia divenne di dominio pubblico, creando ovviamente polemiche e proteste da parte dei consumatori e dei cittadini europei: per questo motivo l’Unione europea chiese alla società americana di rendere meno accessibili i dati europei e di conservarli esclusivamente in Europa. Con la costruzione di un nuovo “cervellone elettronico” per lo stoccaggio dei dati in Svizzera dal 1° gennaio 2010, nacque quindi la necessità di negoziare un nuovo accordo con gli Usa per l’uso di questi dati.
Gli europarlamentari hanno sempre chiesto che le informazioni fossero raccolte solo ed esclusivamente con l’obiettivo della lotta al terrorismo e con adeguate garanzie sulla protezione della privacy.
Ma il Consiglio Europeo decise di ignorare totalmente le preoccupazioni del Parlamento. Infatti, a seguito di una richiesta degli Stati Uniti, il 30 novembre 2009, il Consiglio ha firmato un accordo Ue-Usa sul trattamento e il trasferimento dei dati di messaggistica finanziaria. Tale accordo è stato motivato con la necessità di controllare le possibili transazioni finanziarie realizzate da gruppi terroristici, e avrebbe dovuto essere applicato in via provvisoria a decorrere dal 1 febbraio 2010 fino al 31 ottobre 2010. Un vero e proprio “accordo kamikaze” concluso il giorno prima dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Ma proprio ai sensi delle disposizioni contenute nel trattato, era necessario il parere conforme del Parlamento europeo per la validazione formale del suddetto accordo. Ciò non è avvenuto: ed è questa la grande notizia. L’11 febbraio scorso il Parlamento, resistendo alle pressioni delle lobby Usa e del Consiglio, ha infatti rifiutato di approvare l’accordo provvisorio, adducendo preoccupazioni in materia di privacy, proporzionalità e reciprocità. Il documento firmato tra gli Usa e i 27 stati membri non potrà per tanto entrare in vigore. I deputati hanno proposto invece di negoziare un nuovo testo. La risoluzione che ha respinto la proposta del Consiglio – approvata con 378 voti favorevoli, 196 contrari e 31 astensioni – invita infatti la Commissione e il Consiglio ad attivarsi per giungere ad un differente accordo con gli Stati Uniti su questo tema. Il punto, come si legge nel testo della risoluzione approvata dall’Europarlamento, è che, nella situazione attuale «Swift deve trasferire tutti, o quasi tutti, i suoi dati al Tesoro degli Stati Uniti. Ciò viola i principi fondamentali della legge sulla protezione dei dati, vale a dire i principi di necessità e proporzionalità e non può essere successivamente rettificato da meccanismi di supervisione e controllo».
Infatti il testo proposto dagli USA non prevedeva espressamente che le richieste di trasferimento fossero limitate nel tempo, né che fossero soggette ad autorizzazione giudiziaria. I parlamentari europei hanno ritenuto inoltre che mancasse ogni reciprocità tra Ue e Usa: «l’accordo non garantisce ai cittadini e alle imprese europei gli stessi diritti e garanzie a titolo del diritto statunitense di cui beneficerebbero nel territorio dell’UE», si legge nel testo approvato a febbraio. Dunque, il Parlamento Europeo ha detto no a un accordo che avrebbe significato continuare ad affidare il servizio di intelligence finanziaria europea agli Stati Uniti. I deputati hanno inoltre ribadito che qualsiasi nuovo accordo dovrà essere conforme ai requisiti del Trattato di Lisbona, e in particolare alla Carta dei diritti fondamentali, che è diventata giuridicamente vincolante. Un ottimo risultato, insomma, contro un accordo ad interim, che, come ha dichiarato Lothar Bisky del GUE, il gruppo della Sinistra europea, «è stato raggiunto cercando di aggirare il Parlamento europeo» e nel quale si chiedeva «di dire di sì alla “sorella piccola” del “grande fratello”».
La bocciatura dell’accordo è stata un momento storico per le istituzioni europee: per la prima volta l’emiciclo di Bruxelles utilizza il potere di veto conferitogli dal Trattato di Lisbona. C’è da augurarsi che ora il Parlamento europeo riesca ad opporsi in modo più incisivo ai tanti tentativi di colpi di mano attuati da Commissione e Consiglio.
Dalla crisi greca una proposta, timida, di controllo sulla finanza
Dopo la crisi greca e la pessima soluzione trovata dai governi europei, l’Europarlamento ha tentato di modificare, almeno parzialmente, la situazione. Facciamo un passo indietro: lo scorso maggio, dopo gli scontri e le dure proteste contro le draconiane misure di austerità varate dal governo greco per uscire dal fallimento della propria economia, i governi europei, guidati da Germania e Francia, trovano un accordo per “salvare” la Grecia. Si tratta di un prestito di 30 miliardi di euro dai governi Ue e 15 dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi), a un tasso d’interesse inferiore ai tassi di mercato. Ebbene, quella soluzione non era nata spontaneamente in ambito europeo, ed è stata duramente contestata, non solo dalla sinistra. Il giudizio critico del Parlamento europeo sulle modalità scelte per “aiutare” la Grecia comprende osservazioni spesso contraddittorie che rappresentano logiche politiche fra loro in forte contrasto. Infatti, se da alcuni l’intervento del Fmi è stato letto come una rinuncia ad una politica economica europea a favore di un atteggiamento tecnocratico; d’altra parte i conservatori hanno criticato i governi europei per aver usato la Grecia come pretesto per estendere il potere dell’Ue in ambiti nazionali. Dal nostro punto di vista, la Sinistra Europea ha espresso un parere fortemente contrario a una soluzione che ha lasciato in mano ai mercati finanziari la possibilità di continuare a dire agli Stati come spendere i loro soldi. Inoltre, le misure di austerity imposte ai cittadini aggraveranno la recessione, favoriranno la crescita della disoccupazione e significheranno un attacco ai diritti dei lavoratori, a partire da quelli pensionistici. Ma la Grecia non rappresenta un caso isolato, non è una crisi venuta dal nulla, che non riguarda anche i Paesi più “forti” dell’Unione europea. Ciò che preoccupa è il meccanismo che vi sta dietro e sul quale l’Europa – o meglio, i suoi governi – hanno deciso di non incidere: le politiche neoliberiste in materia di liberalizzazione e privatizzazione hanno portato al crollo della vigilanza (europea) sugli istituti finanziari; questa è stata una delle concause della crisi. E su questo bisognerebbe intervenire, chiedendo in primis un maggiore controllo pubblico e democratico sulle banche e il sistema finanziario.
Per tanto, dopo la “lezione greca”, è stato proprio l’Europarlamento a cercare di modificare almeno in parte la rotta, varando misure per aumentare i controlli sugli istituti bancari, sulle assicurazioni e sui fondi di investimento, che potrebbero entrare in vigore già alla fine dell’anno, se Parlamento e Consiglio troveranno un accordo. Il «pacchetto di supervisione finanziaria» proposto dall’emiciclo di Bruxelles prevede la creazione di quattro autorità.
La prima proposta consiste nella creazione di un istituto di vigilanza, composto dai direttori della Banca Centrale Europea e delle Banche centrali nazionali, più i responsabili delle autorità europee e nazionali di supervisione, oltre che da accademici ed esperti del settore, che monitori il sistema e lanci per tempo l’allarme su determinati rischi del sistema economico. Il Parlamento avrebbe potere di supervisione sull’organismo e riceverebbe le raccomandazioni rivolte agli Stati in modo da poterne controllare la messa in atto. Le altre tre autorità sono: l’Autorità Bancaria europea (EBA), l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA), sotto cui ricadrebbero anche le agenzie di notazione (ovvero le agenzie di rating del credito: sono società, come la Standard and Poor’s, che assegnano giudizi ai vari prodotti finanziari) e l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni (EIOPA). A EBA, ESMA e EIOPA il compito di armonizzare gli standard e la regolamentazione fra Paesi Ue, con l’obiettivo finale di stilare una serie di norme comuni.
I deputati europei chiedono poi la creazione di specifici fondi per «aiutare sistematicamente le banche importanti in caso di perturbazioni, norme più rigide per obbligare le autorità nazionali ad accogliere le raccomandazioni degli organi di supervisione europei e la possibilità per questi ultimi di imporre le proprie soluzioni in caso di conflitto». È prevista inoltre la «possibilità di bandire temporaneamente alcuni prodotti finanziari, e che le autorità europee, in caso di necessità, possano prendere direttamente il controllo di specifiche istituzioni finanziarie». Non è certo questa la soluzione, che infatti si colloca tutta dentro il sistema liberista, come si comprende bene dall’indicazione su futuri nuovi aiuti alle banche; ma nei rapporti di forza attuali qualora queste misure fossero adottate rappresenterebbero una, seppur piccola, scelta in controtendenza. Ancora una volta si tratterà di un braccio di ferro tra Parlamento da una parte, Consiglio e Commissione dall’altra.


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