Che cosa ha fatto Vittorio
OLE
Una legge d’iniziativa popolare europea sul riuso sociale dei beni confiscati ai mafiosi Obiettivo: 1 milione di firme.
A fine dello scorso agosto si è svolta ad Otranto la prima edizione di OLE – Otranto Legality Experience 2010, una settimana di seminari, incontri e workshop di approfondimento con alcuni dei più importanti rappresentanti del mondo politico, economico e giuridico internazionale, promossa da Flare (Freedom Legality and Rights in Europe ), un network di 50 organizzazioni di 27 Paesi del Consiglio d’Europa, impegnato nel contrasto sociale alla criminalità organizzata e nato nel 2008 anche grazie alla volontà di Libera, nomi e numeri contro le mafie, l’associazione di Don Luigi Ciotti.
Dopo il grande successo dell’evento estivo, del quale sono stato coordinatore culturale, il percorso continua. Per il 9 e 10 dicembre prossimi Flare ha organizzato al Parlamento europeo un nuovo appuntamento dal titolo «La confisca dei beni e il riutilizzo sociale, una risposta al potere delle organizzazioni criminali transnazionali» esperti, politici, rappresentanti della società civile si sono confrontati sull’analisi del rapporto tra globalizzazione, finanza e criminalità organizzata, sugli odierni strumenti europei di contrasto e sulla possibile implementazione degli stessi attraverso l’introduzione di una direttiva sul riutilizzo sociale delle proprietà confiscate. Il programma è proseguito il 10 dicembre, giornata mondiale per i diritti umani, con una conferenza sul tema «Shelter for Human Rights Defender – Una protezione per i difensori dei diritti umani».
Il fenomeno delle criminalità organizzate ha raggiunto una dimensione globale; per questa ragione Flare sostiene un modello di contrasto basato su un principio semplice: l’aggressione ai capitali delle mafie, la loro confisca e il loro riutilizzo all’interno di circuiti economici legali e puliti.
Proprio per raggiungere questi obiettivi il network sta collaborando alla scrittura di una direttiva europea che prenda spunto dalla legge italiana 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati, legge che Libera scrisse e fece approvare grazie alla raccolta di un milione di firme.
La Commissione Europea sembra disponibile a realizzare una simile direttiva, ma non è un mistero l’opposizione di diversi stati europei. Per superare queste resistenze un network di associazioni europee, tra le quali Flare, lancerà, nell’estate 2011 una grande campagna sociale in tutta Europa con l’obiettivo raccogliere un milione di firme per sostenere la presentazione di una direttiva europea che uniformi le legislazioni degli stati membri in materia di confisca dei beni mafiosi e che ne introduca il riutilizzo a fini sociali, come avviene appunto nel nostro Paese.
L’iniziativa popolare è uno strumento legislativo partecipativo importante ed innovativo: introdotta dal Trattato di Lisbona, è la prima forma di democrazia diretta nella storia dell’Unione europea. Con un milione di firme, i cittadini potranno chiedere alla Commissione di emanare una proposta di legge/direttiva europea. In questo caso, per far sì che tutta Europa possa dotarsi di uno strumento normativo che colpisce le organizzazioni criminali nel loro punto di forza: il potere economico.
Per saperne di più: www.flarenetwork.org.
La bufala della pillola del giorno prima
Si avvicina il 1° dicembre, giornata mondiale per la lotta all’AIDS, l’UNAIDS, l’agenzia dell’ONU, aggiorna i numeri dell’epidemia e i media sono disponibili a dedicare qualche riga ad una realtà che, erroneamente, considerano ormai superata. Ma la ricerca di uno scoop giornalistico, sommata alla non indifferente capacità lobbistica di qualche multinazionale, rischia di produrre informazioni errate e fortemente nocive per la salute individuale e collettiva. Il 22 novembre alcuni media scrivono: “AIDS: la pillola del giorno prima”. Chi legge è legittimamente portato a credere che sia disponibile un farmaco in grado di evitare l’infezione. Niente di tutto questo. L’origine di questa bufala mediatica è la pubblicazione apparsa su New England Journal of Medicine di uno studio che dimostra la capacità di ridurre parzialmente il rischio d’infezione somministrando una terapia antiretrovirale a persone sane: la cosiddetta PrEP – Profilassi Pre Esposizione.
E’ uno studio che necessita di ulteriori conferme, che evidenzia un’efficacia parziale, che lascia aperti non pochi problemi clinici: i possibili effetti collaterali e il rischio di bruciare una linea terapeutica provocando lo sviluppo di resistenze ai farmaci in un organismo ancora sano. Inoltre qualora la PrEP tra qualche anno dovesse confermarsi parzialmente efficace, potrebbe essere utilizzata unicamente in situazioni limitate e particolari. Ad esempio in una coppia sierologicamente discordante, con un partner sieropositivo e l’altro sieronegativo che non riescono ad usare sempre le necessarie misure preventive, come il profilattico.
Parlare invece della disponibilità di una pillola da usare in modo generalizzato per evitare l’infezione è molto pericoloso, sia nella sanità pubblica, sia nelle scelte individuali. Infatti deresponsabilizza ulteriormente gli Stati dalla necessità di realizzare interventi preventivi e i singoli dal dover evitare comportamenti a rischio: “ho preso la pillola, posso fare quello che voglio, non uso più il preservativo ”. Non è un caso che le stesse agenzie internazionali di lotta all’AIDS abbiano espresso preoccupazioni simili.
Non stiamo parlando di un vaccino che, una volta assunto da una persona sana, garantisce per sempre l’immunità.
Secoli interi di politiche di sanità pubblica verrebbero cancellati, la medicina preventiva verrebbe azzerata in nome di una totale medicalizzazione, anzi farmacologizzazione, della società. Senza per altro bloccare l’infezione. Infatti non si può certo pensare, anche qualora tale approccio si mostrasse efficace e sicuro al 100% , di mettere in terapia centinaia di milioni, e forse un miliardo, di persone. A guadagnarci sarebbero solo le multinazionali del farmaco che vedrebbero, moltiplicarsi esponenzialmente i propri guadagni. Un’ottima azione di marketing.
Un’altra pericolosa non notizia è quella sul vaccino lanciata con grande enfasi il 12 novembre. Nel futuro prossimo non è in arrivo alcun vaccino; dati ancora parziali emersi da una ricerca condotta sulla proteina Tat del virus HIV1 (il virus che provoca l’AIDS) dall’Istituto Superiore di Sanità hanno evidenziato la possibilità che forse tra qualche anno sarà disponibile un nuovo prodotto da somministrare a persone già sieropositive per rallentare la progressione della patologia.
Un ulteriore passo avanti per la cura, ma che nulla a che vedere con un vero e proprio vaccino. Ed era invece questo l’obiettivo dichiarato oltre dieci anni fa quando in Italia, in modo trionfalistico, sono stati annunciati gli studi sulla TAT. I risultati odierni sono molto distanti dalle attese allora suscitate.
Alla conferenza mondiale sull’AIDS lo scorso luglio a Vienna in nessuna delle principali sessioni si è parlato delle ricerche sulla Tat. Forte è l’impressione che attraverso la grancassa mediatica si cerchi di ottenere nuovi finanziamenti sulla spinta dell’emotività per una ricerca che andrebbe analizzata molto più attentamente.
Senza dimenticare, anche in questo campo, quali sono le reali priorità; in Italia vivono circa 180.000 persone sieropositive e in assenza di un qualunque progetto di prevenzione questo numero è destinato ad aumentare ulteriormente, producendo sempre maggiori sofferenze umane e sempre maggiori costi per la sanità pubblica.
[pubblicato su il Manifesto del 28 novembre]


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