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	<title>Vittorio Agnoletto</title>
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		<title>Non perdete la prima milanese dello spettacolo &#8220;L&#8217;eclisse della democrazia&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 08:58:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il governo promuove ancora De Gennaro e noi continuiamo a raccontare la verità nel nostro spettacolo, nonostante la censura.
Prenotazioni  e prevendite: marcof722001@yahoo.it o per telefono: 3923775903.   Per i gruppi di studenti che prenotano  vi sono sconti.    I biglietti si possono acquistare  anche direttamente la sera dello spettacolo, ma meglio prenotarli prima.        [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il governo promuove ancora De Gennaro e noi continuiamo a raccontare la verità nel nostro spettacolo, nonostante la censura.</p>
<p><em><strong>Prenotazioni  e prevendite:</strong></em> <strong>marcof722001@yahoo.it</strong> o per telefono: <strong>3923775903</strong>.   Per i gruppi di studenti che prenotano  vi sono sconti.    I biglietti si possono acquistare  anche direttamente la sera dello spettacolo, ma meglio prenotarli prima.                                                                                                                                                   Venerdì 18 maggio alle 21 a Milano alla Camera del Lavoro, c.so Porta Vittoria 43 prima milanese dello spettacolo di musica e parole di e con Vittorio Agnoletto e Marco Fusi Ensemble.  Non avrete molte altre occasioni per vederlo, la censura e la pressione sui teatri affinchè non prendano lo spettacolo sono molto forti. Portate amici e amiche, non rimarranno delusi !</p>
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		<title>De Gennaro, promozione “tecnica”</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 08:52:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[il manifesto, 12 maggio 2012, Vittorio Agnoletto, Lorenzo Guadagnucci* 
Il dottor Gianni De Gennaro è stato nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nonché capo dell&#8217;Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica. Un doppio ruolo inedito, rilevantissimo e che premia un personaggio del quale è impossibile dimenticare, nelle tappe di una lunga carriera, il ruolo avuto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>il manifesto, 12 maggio 2012, Vittorio Agnoletto, Lorenzo Guadagnucci* </em></strong></p>
<p>Il dottor Gianni De Gennaro è stato nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nonché capo dell&#8217;Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica. Un doppio ruolo inedito, rilevantissimo e che premia un personaggio del quale è impossibile dimenticare, nelle tappe di una lunga carriera, il ruolo avuto durante il G8 di Genova del 2001.<span id="more-783"></span></p>
<p>Il dottor De Gennaro era il capo della polizia quando fu compiuta &#8220;una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente&#8221; (parole di Amnesty International). A lui fu inviata, dal dottor Pippo Micalizio, inviato a Genova per un&#8217;ispezione interna sul blitz alla scuola Diaz, un rapporto che consigliava di prendere provvedimenti disciplinari per i dirigenti più importanti che parteciparono all&#8217;operazione; provvedimenti che non furono presi.</p>
<p>Era il capo della polizia quando venivano rinviati a giudizio quegli stessi dirigenti, poi assolti in primo grado, e nel frattempo passati a ruoli gerarchicamente ancora più importanti. Era invece capo del Dipartimento che coordina i servizi segreti quando quei dirigenti sono stati condannati in appello, senza dimettersi né essere sospesi.</p>
<p>Era il capo della polizia quando ha incontrato nel suo ufficio a Roma l&#8217;ex questore di Genova, Francesco Colucci, alla vigilia della deposizione di quest&#8217;ultimo al processo Diaz: fu un incontro teso a trovare &#8220;la consonanza per l&#8217;accertamento della verità&#8221;, secondo il dottor De Gennaro, un&#8217;induzione alla falsa testimonianza secondo i pm. Colucci è oggi imputato per falsa testimonianza, il dottor De Gennaro è stato assolto in primo grado, condannato in appello, poi la Cassazione ha cancellato tutto, facendo tirare un sospiro di sollievo al diretto interessato e alle gerarchie istituzionali e politiche.</p>
<p>Era il capo della polizia e poi il capo del Dipartimento suddetto negli undici anni che sono trascorsi, senza che nessuno abbia avuto la decenza di chiedere scusa per le violazioni delle leggi e dei diritti umani compiute alla Diaz, a Bolzaneto e nelle strade di Genova, violazioni che sono ormai una verità storica.</p>
<p>Possiamo ben dire che il dottor De Gennaro si è meritato il posto di sottosegretario e Autorità delegata per la sicurezza&#8230; Ma c&#8217;è poco da scherzare, perché questa nomina lancia un messaggio sinistro. In una democrazia parlamentare, attenta agli equilibri fra poteri e alle funzioni di controllo democratico sugli apparati, non dovrebbe accadere che un capo della polizia transiti per il vertice dei servizi segreti e approdi a un ruolo di governo nello stesso ambito, assommando funzioni tecniche e politiche. Lo insegnano i manuali di diritto costituzionale ed è anche un&#8217;indicazione di buon senso. E invece in Italia un percorso del genere è sostenuto dalle maggiori forze politiche parlamentari. Lo stato di salute della nostra democrazia, diciamolo pure, non fa che peggiorare.</p>
<p>*autori de “L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste del G8 2001 a Genova (Feltrinelli 2012)</p>
<p><strong><em><br />
</em></strong></p>
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		<title>La nomina di De Gennaro ne è la conferma: siamo al “L’eclisse della democrazia”.</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 17:14:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La nomina di De Gennaro a sottosegretario alla presidenza del Consiglio e a capo dell&#8217;Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica rappresenta il massimo insulto che poteva essere rivolto allo stato di diritto del quale ormai in questo Paese non resta più nulla. Affidare la sicurezza dello Stato a chi ha la responsabilità apicale delle violenze commesse dalle forze dell&#8217;ordine a Genova nel 2001 è anche un messaggio chiaro a tutti coloro che in questi giorni e nei prossimi mesi manifesteranno la loro opposizione alle scelte del governo Monti: attenti, Genova <em>docet</em>!<span id="more-782"></span></p>
<p>Non solo: questa ennesima promozione avviene esattamente ad un mese dall&#8217;atteso pronunciamento della Cassaazione sulla macelleria italiana avvenuta alla scuola Diaz, la Corte infatti si riunirà proprio l’11 giugno:provate ad immaginare quale messaggio è arrivato oggi ai magistrati che dovranno giudicare.</p>
<p>Appena la nomina è diventata di dominio pubblico il primo a complimentarsi è stato D&#8217;Alema, presidente del Copasir.  Si ripete la stessa logica bipartisan che impedì l&#8217;istituzione della commissione d&#8217;inchiesta.</p>
<p>Forse ora apparirà anche più chiaro perché sul libro che ho scritto con Lorenzo Guadagnucci e sullo spettacolo con il quale sto girando l&#8217;Italia (entrambi intitolati l&#8217;Eclisse della democrazia) si è abbattuta una censura totale a 360°.</p>
<p>Ma non dobbiamo mai scoraggiarci di denunciare l&#8217;ennesimo strangolamento di quella che una volta era, anche se fortemente imperfetta, una democrazia. Non dobbiamo tacere.Abbiamo un&#8217;enorme responsabilità.</p>
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		<title>Arriva a Milano lo spettacolo &#8220;L&#8217;eclisse della democrazia&#8221;, da non perdere!</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 00:57:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Prenotazioni  e prevendite:</strong></em> <strong> marcof722001@yahoo.it</strong> o per telefono: <strong>3923775903</strong>.   Per i gruppi di studenti che prenotano  vi sono sconti.    I biglietti si possono acquistare  anche direttamente la sera dello spettacolo, ma meglio prenotarli prima.                                                                                                                                                   Venerdì 18 maggio alle 21 a Milano alla Camera del Lavoro, c.so Porta Vittoria 43 prima milanese dello spettacolo di musica e parole di e con Vittorio Agnoletto e Marco Fusi Ensemble.  Non avrete molte altre occasioni per vederlo, la censura e la pressione sui teatri affinchè non prendano lo spettacolo sono molto forti. Portate amici e amiche, non rimarranno delusi !</p>
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		<title>La giustizia è come una vipera. (Un articolo su &#8220;Diaz&#8221; da chi ha sofferto la dittatura argentina)</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 13:30:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Luis Mario Borri &#8211; il manifesto 2012.05.03
Non aver elencato, almeno nei titoli di coda del film Diaz, i nomi dei funzionari di pubblica sicurezza processati e condannati, mi ha fatto ricordare il rapporto finale sui desaparecidos in Argentina, presentato all&#8217;opinione pubblica senza l&#8217;allegato con i nomi dei responsabili dei crimini, e un proverbio: la vipera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Luis Mario Borri &#8211; il manifesto 2012.05.03</p>
<p>Non aver elencato, almeno nei titoli di coda del film Diaz, i nomi dei funzionari di pubblica sicurezza processati e condannati, mi ha fatto ricordare il rapporto finale sui desaparecidos in Argentina, presentato all&#8217;opinione pubblica senza l&#8217;allegato con i nomi dei responsabili dei crimini, e un proverbio: la vipera morde chi è scalzo<span id="more-780"></span></p>
<p>Giorni fa ero a casa, a Buenos Aires, e ho letto via Internet sul manifesto (11 aprile) un articolo in cui Vittorio Agnoletto criticava il film sul massacro della scuola Diaz appena uscito nelle sale italiane. La lettura di quell&#8217;articolo mi ha colpito doppiamente perché, da una parte, anch&#8217;io ero presente a Genova in quei giorni infausti e perché, in merito alla lettura che sui fatti di Genova fa il film, Agnoletto citava una mia riflessione sullo sciagurato intreccio fra verità e giustizia che ha segnato la storia dei crimini commessi durante l&#8217;ultima dittatura militare in Argentina.<br />
Il paragone storico non è fuori luogo. Nel 1978, mia moglie Silvia Susana Roncoroni è stata sequestrata, torturata e uccisa da forze paramilitari. Il suo nome fa parte dell&#8217;elenco dei 30.000 desaparecidos. A più di trent&#8217;anni dai fatti, nonostante i progressi dell&#8217;attività giudiziaria, che ha portato in galera centinaia di carnefici, ancora oggi rimangono nell&#8217;ombra le responsabilità dei tanti mandanti e complici, non solo di quelli che portavano la divisa. A tal punto resta vivo il vulnus inferto non solo a un&#8217;intera generazione di oppositori e dissidenti argentini, ma a tutto un Paese, o per meglio a dire, a tutto un continente, che oggi prende sempre più forza nell&#8217;opinione pubblica identificare come dittatura civil-militare quello che, eufemisticamente, i militari genocidi e settori del potere economico, finanziario, politico e della chiesa ad essi contigui si ostinano a chiamare &#8220;il processo&#8221; (&#8230;&#8221;di riorganizzazione nazionale&#8221;, secondo il lessico golpista).<br />
Dalla fine della dittatura, nel 1983, si è aperto un lungo cammino, che ha visto l&#8217;opinione pubblica argentina dividersi fra quel settore maggioritario che aspirava alla giustizia piena, e quello minoritario dei mandanti e dei complici, che ancora oggi cerca di deviarla e di frenarla definitivamente. Gli escamotage assolutori hanno avuto il sostegno di una teoria, ancora oggi sbandierata da qualcuno, conosciuta come la &#8220;teoria dei due demoni&#8221;. Secondo i suoi sostenitori, la violenza è sorta dalla nascita di un primo demone: la guerriglia sovversiva di sinistra degli anni &#8216;60 e &#8216;70 che, pur motivata da genuine aspirazioni di giustizia sociale &#8211; concedono &#8211; avrebbe imboccato la strada deleteria della lotta armata. È stata innescata così una spirale di violenza che ha dato origine ad un secondo demone: la repressione da parte delle forze armate e delle forze dell&#8217;ordine, come tale crudele, inumana, senz&#8217;altro condannabile, ma pur sempre risposta o reazione ad una violenza precedente. La conclusione del teorema è palese: il vero demone è stato il primo; il secondo, invece, si può addirittura paragonare agli antibiotici, che a volte provocano &#8220;effetti collaterali&#8221; indesiderati, ma che, alla fine, sradicano le malattie. («Chi è senza peccato, scagli la prima pietra», sancirà come corollario la gerarchia ecclesiastica).<br />
Qui si arriva al nocciolo della questione e che prende attualissima valenza: la facoltà repressiva dello Stato (di qualsiasi Stato) è data in delega alle forze dell&#8217;ordine; essa è esercitata sotto mandato del potere politico, persino in quei regimi in cui i militari detengono la somma del potere pubblico, poiché quello vero, quello che paga armi, pallottole e divise, incarna precisi interessi economico-politici, che sono quelli che comandano veramente. Le forze dell&#8217;ordine sono sempre e soltanto quello: il braccio armato, la guardia pretoriana del potere di turno. Per questo motivo non ci sono spazi per &#8220;schegge impazzite&#8221; che decidono di testa loro &#8211; motu proprio &#8211; quando, come e su chi sferrare la repressione.<br />
La violenza statale come &#8220;antibiotico&#8221;, portata avanti quale strumento sistematico e non come frutto di &#8220;schegge impazzite&#8221;, è una metafora tratta dalla tragica esperienza argentina, ma che calza come un guanto su quanto accaduto nella scuola Diaz dieci anni fa. In quei giorni Genova è divenuta il banco di prova dell&#8217;equazione Genova Social Forum uguale Black Bloc e della necessità del potere politico &#8211; non di qualche settore deviato delle forze dell&#8217;ordine &#8211; di &#8220;dare una lezione&#8221; a tutto il movimento.<br />
Questi pensieri mi sono riaffiorati a partire dalle critiche che ho avuto occasione di leggere in merito a Diaz (qui in Argentina il film non è ancora uscito e non ho quindi ancora avuto modo di vederlo: non vorrei cadere vittima di preconcetti; se così fosse, me ne scuso). Ma, oltre al commento qualificato di Agnoletto, rafforza il senso di queste righe un&#8217;altra testimonianza giornalistica. Giorni fa, grazie ai servizi di Rai International, ho visto la replica della puntata di sabato 14 aprile del programma Che tempo che fa condotto da Fabio Fazio. Magro contributo alla verità e alla giustizia sul massacro alla Diaz hanno offerto in trasmissione il conduttore e il produttore e il regista del film da lui intervistati. Quei pochi minuti televisivi sono stati un concentrato di quanto ho esposto sopra. Le scene del film presentate nel programma &#8211; dedicate all&#8217;irruzione violenta, spietata, della polizia nella scuola Diaz &#8211; mi hanno ricordato la frase con cui una volta postillai un certo film sulla repressione nell&#8217;Argentina dei militari: «Fomentare la paura paralizzante facendo sfilare la morte impunita, mascherata da denuncia, è una vecchia tattica per frenare la mobilitazione popolare». Mi ricorda pure il commento di una Madre di Plaza de Mayo di fronte al Cristo crocefisso di una chiesa: «Lo espongono così come avvertimento: vedi cosa ti può accadere se ti ribelli?».<br />
La ciliegina sulla torta l&#8217;ha messa il conduttore del programma quando ha domandato agli intervistati (quasi in un sussulto da coda di paglia) perché nel film non si fosse fatto esplicito riferimento alle complicità politiche dello scatenamento della repressione a Genova. Le risposte, giustificate dalla necessità di scartare parte del troppo materiale accumulato e dalla convinzione che il pubblico avrebbe comunque saputo trarre le giuste conclusioni, mi sono apparse vergognose. Non aver elencato, quantomeno nei titoli di coda del film, i nomi dei funzionari di pubblica sicurezza processati e condannati, mi ha fatto ricordare il rapporto finale sui desaparecidos che la commissione d&#8217;inchiesta nominata dall&#8217;allora presidente Alfonsín presentò all&#8217;opinione pubblica argentina: l&#8217;allegato con i nomi di migliaia di responsabili dei crimini è rimasto nel fondo di un cassetto (così come fu peraltro fatto in Italia con i materiali documentali relativi ai peggiori crimini nazifascisti commessi sul territorio italiano durante l&#8217;occupazione del &#8216;43-&#8217;45, occultati per tanti anni nel cosiddetto &#8220;armadio della vergogna&#8221;).<br />
L&#8217;esperienza storica ci insegna che ovunque, e indipendentemente dal regime politico vigente, l&#8217;impunità per la repressione riesce soltanto grazie ad un mandato poderoso, e questo, per peso e ampiezza, non può che essere istituzionale. La Storia, in definitiva, ci dice che, per spiegare l&#8217;impunità, bisogna indagare sui complici e, soprattutto, sui mandanti. È sempre la ragion di stato, nei fatti nient&#8217;altro che la prevalenza assoluta degli interessi economici-finanziari-geopolitici su ogni considerazione attinente alla difesa dei diritti umani, che decide fin dove deve arrivare la verità e, soprattutto, la giustizia.<br />
Come dice un vecchio proverbio del mio Paese: «La giustizia è come una vipera: morde chi è scalzo».</p>
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		<title>&#8220;L&#8217; eclisse della democrazia. Cronache della crisi del sistema globale da Genova a Wall Street&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 08:19:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Inizia il tour nazionale dello spettacolo di musica e parole di Vittorio Agnoletto e Marco Fusi Ensemble, aiuto alla regia di Teresa Patrignani. 26/4 Imperia, 27/4 Arezzo, 28/4 Firenze in sostegno de il manifesto, 29/4 Bussoleno in val Susa; seguiranno 15/5 Biella e 18/5 Milano.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Inizia il tour nazionale dello spettacolo di musica e parole di Vittorio Agnoletto e Marco Fusi Ensemble, aiuto alla regia di Teresa Patrignani. 26/4 Imperia, 27/4 Arezzo, 28/4 Firenze in sostegno de il manifesto, 29/4 Bussoleno in val Susa; seguiranno 15/5 Biella e 18/5 Milano.</p>
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		<title>24 aprile a Milano,Camera del Lavoro: h16,30-20; da non perdere verso la festa della Liberazione</title>
		<link>http://www.vittorioagnoletto.it/2012/04/24-aprile-a-milano-pomeriggio-da-non-perdere-verso-la-festa-della-liberazione/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 19:08:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>

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		<description><![CDATA[Musica, canti e anche pezzi teatrali dell&#8217;anteprima nazionale dello spettacolo &#8220;L&#8217;eclisse della democrazia. Cronache della crisi del sitema globale da Genova a Wall Street&#8221; con Vittorio Agnoletto e il gruppo musicale Marco Fusi Ensemble.
E ancora : &#8220;Mai Morti&#8221; brevi  testi teatrali di Renato Sarti:  Interverranno: Moni Ovadia, Giulio Leghissa, Carlo Monguzzi Basilio Rizzo e Onorio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Musica, canti e anche pezzi teatrali dell&#8217;anteprima nazionale dello spettacolo &#8220;L&#8217;eclisse della democrazia. Cronache della crisi del sitema globale da Genova a Wall Street&#8221; con Vittorio Agnoletto e il gruppo musicale Marco Fusi Ensemble.<br />
E ancora : &#8220;Mai Morti&#8221; brevi  testi teatrali di Renato Sarti:  Interverranno: Moni Ovadia, Giulio Leghissa, Carlo Monguzzi Basilio Rizzo e Onorio Rosati.</p>
<p>Si avvicina il 25 Aprile, il meraviglioso giorno della sconfitta del fascismo, della<br />
fine della guerra, della vittoria degli alleati e della Resistenza Partigiana, della<br />
conquista della libertà e della Costituzione Repubblica na. Anche quest’anno è<br />
un momento importante per la memoria e la riconoscenza per quanti sacrificarono<br />
la vita per la libertà. A Milano per la prima volta dopo 16 anni non siamo oppressi<br />
dal governo di destra che ha seminato veleni contro i valori della Resistenza, ha<br />
aperto spazi alle organizzazioni di estrema destra, xenofobe e razziste (fu anche<br />
proposto di intitolare una via a Giorgio Almirante!). Occorre molta iniziativa culturale<br />
e politica per risalire la china. Adesso Basta! con la Camera del Lavoro di Milano<br />
e Rete Antifascista Milanese vi invita al Pomeriggio Antifascista per ricordare,<br />
riflettere, discutere insieme. In programma:<br />
:: la “Ballata di chi resiste” e “Come se fosse Longo”<br />
Racconti e letture di Silvano Piccardi<br />
:: Lettere di condannati a morte della Resistenza<br />
Leggono le attrici Cinzia Massironi e Elisabetta Spinelli<br />
:: “Mai morti” &#8211; Brevi parti testi teatrali<br />
Renato Sarti (Teatro della Cooperativa)<br />
:: “L’eclisse della democrazia. Cronache della crisi del sistema<br />
globale da Genova a Wall Street”<br />
Gruppo teatrale con Vittorio Agnoletto<br />
:: Musica e canti<br />
- Canti della Resistenza e lotte popolari: Vincenzo D’Appollonio<br />
- Gaetano Liguori, musicista<br />
Interverranno, tra gli altri: Basilio Rizzo, Onorio Rosati,<br />
Moni Ovadia, Giulio Leghissa, Carlo Monguzzi</p>
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		<title>Il medioevo della fiction &#8211; Pierluigi Sullo- il manifesto 18 aprile 2012</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 16:47:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio</dc:creator>
				<category><![CDATA[movimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[verità]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa accomuna «Romanzo di una strage», il film su Piazza Fontana, e «Diaz», il film sul G8 di Genova? L&#8217;assenza del movimento, che è stato la ragione di fondo di entrambi gli eventi. Una polemica con Giordana e Vicari


Credo che abbiamo un problema. Noi chi? Quelli che in vario modo e in varie epoche hanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="titolo_articolo">Cosa accomuna «Romanzo di una strage», il film su Piazza Fontana, e «Diaz», il film sul G8 di Genova? L&#8217;assenza del movimento, che è stato la ragione di fondo di entrambi gli eventi. Una polemica con Giordana e Vicari</div>
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<div>Credo che abbiamo un problema. Noi chi? Quelli che in vario modo e in varie epoche hanno partecipato a tentativi di cambiare questo paese. Ma in generale, direi, qualunque cittadino. Il problema è stato enunciato da Goffredo Fofi in una recensione a Romanzo di una strage, il film di Marco Tullio Giordana su Piazza Fontana: «Ci si chiede dunque come mai il cinema e la televisione italiani non siano in grado di proporre altro che panettoni da povero pamphlet giornalistico, al posto di un buon cinema». Vale per il film su Piazza Fontana ma vale anche per il film che si occupa di un altro strappo nella storia di questo paese, Diaz.<span id="more-776"></span><br />
Uno esce dalla visione di Romanzo di una strage stralunato: se ha l&#8217;età per aver vissuto in quegli anni, si chiede che ne è stato dell&#8217;immenso lavoro di denuncia, inchiesta, documentazione che &#8211; al di là del nulla cui è precipitata la magistratura, come si è ripetuto puntualmente qualche giorno fa per la strage di piazza della Loggia, Brescia &#8216;74 &#8211; ha fornito una conclusione inoppugnabile sulle responsabilità politiche del 12 dicembre. Se invece non ha quell&#8217;età, lo spettatore avrà ottenuto informazioni degne di un buon depistaggio.<br />
Valerio Mastandrea è bravissimo, nel ruolo del commissario Calabresi, come Pierfrancesco Favino in quello di Pinelli. Il fatto che è il Calabresi e il Pinelli del film non c&#8217;entrano niente con il commissario che inseguì la &#8220;pista anarchica&#8221; e con l&#8217;anarchico che precipitò da una finestra mentre veniva interrogato dal commissario. Ha scritto Corrado Stajano, da cronista che quella sera era nella questura di Milano: «Il commissario Luigi Calabresi è nel film il vero protagonista; un eroe, è stato detto, l&#8217;uomo che aveva capito la verità. Nel 1972 sarà la vittima innocente dello spirito di violenza, ma quella notte in questura, davanti a cinque giornalisti, il suo comportamento non fu diverso da quello dei suoi superiori». E Piero Scaramucci, che all&#8217;epoca era redattore del Gazzettino padano, ha scritto a sua volta: «Il commissario Luigi Calabresi, descritto come paladino, fino al donchisciottismo, di una legalità impraticabile, figura difficile da far coincidere con la verità storica sapendo che aveva avallato la falsa versione di un Pinelli suicida per disperazione e che dopo, anche mesi dopo, la morte dell&#8217;anarchico il suo ufficio continua a indagare non sulle sue responsabilità nella strage &#8211; cui già allora nessuno crede &#8211; ma su possibili comportamenti equivoci nel passato che avrebbero potuto in qualche modo comprometterne la figura e forse giustificare l&#8217;accanimento poliziesco di cui fu vittima».<br />
Il figlio di Calabresi, Mario, oggi direttore de La Stampa, ha avuto modo di lamentarsi del fatto che la durissima campagna (specie di Lotta continua) contro suo padre nel film non si vede abbastanza. Può darsi. Resta però il fatto che quel funzionario dello Stato e custode dell&#8217;incolumità del fermato violò i termini del fermo preventivo di Pinelli, e che lui e la sua squadra erano nella stanza da cui una persona innocente precipitò e morì. Il regista del film, Giordana, ha dichiarato di essere «convinto» che Calabresi, nel momento in cui Pinelli cadde o fu spinto di sotto, non era nella stanza. Ma è contraddetto dalla testimonianza di un compagno di Pinelli, Valitutti, seduto di fronte a quella porta e in attesa a sua volta di essere interrogato, che disse: non ho visto Calabresi uscire di lì. Adriano Sofri, nel suo 43 anni, libro scaricabile dalla rete, cita un lapsus del giudice D&#8217;Ambrosio, quello che sentenziò l&#8217;ennesima assoluzione sommaria dei poliziotti, il quale, in una intervista di molti anni dopo, dice di aver avuto «la prova» che Calabresi non era nella stanza, ossia il fatto che Valitutti l&#8217;aveva visto uscire. Ma l&#8217;anarchico aveva detto il contrario.<br />
Siccome di biografie personali qui si parla, anche, con affetto vorrei dire a Mario Calabresi che comprendo bene i suoi sentimenti: mio padre, anch&#8217;egli poliziotto, maresciallo della polizia stradale, scomparve in modo drammatico quando io avevo 12 anni. Non fu ucciso, morì a causa dall&#8217;incendio della caserma. Ho dovuto fare i conti con questa assenza, e penso anche che l&#8217;assassinio di Calabresi fosse un orrore, con ogni probabilità opera &#8211; come il film suggerisce &#8211; di chi lo giudicò una figura pericolosa, scomoda, e non di quelli che sono stati infine condannati, cioè Sofri e i suoi compagni (più il molto volonteroso Marino). Ma è comunque grottesco che in quel grande trauma collettivo, in quel complotto ordito da chi voleva spezzare l&#8217;insorgenza sociale di quel periodo, proprio Calabresi divenga l&#8217;eroe positivo della storia, l&#8217;uomo che scopre i depositi di armi ed esplosivi di Gladio e a cui Federico D&#8217;Amato, capo del fosco Ufficio Affari riservati del Viminale, espone l&#8217;altrettanto grottesca teoria delle due bombe. Come ha raccontato Giorgio Boatti, «la pubblicità del film, almeno così come l&#8217;ho vista ieri in rete, poi da oggi è scomparsa, alternava questi due moduli: uno dice &#8220;La bomba di piazza Fontana l&#8217;hanno messa i rossi? Piazza Fontana. La verità esiste&#8221;. L&#8217;altro afferma: &#8220;La bomba di piazza Fontana l&#8217;hanno messa i fascisti? Piazza Fontana. La verità esiste&#8221;».<br />
La teoria delle due bombe, smontata pezzo a pezzo con mite durezza da Adriano Sofri, è stata proposta da un libro di tale Cucchiarelli, secondo cui fu proprio Valpreda a collocare una bomba &#8211; «leggera», dimostrativa &#8211; cui i nazisti manovrati dai servizi (e dagli americani, dai greci, da chissà chi) affiancarono una seconda bomba, quella letale. Rinvio al testo di Sofri per comprendere quanto cervellotica sia questa tesi. Lo è tanto che nel film la teoria fa una capriola: una bomba l&#8217;hanno messa i fascisti &#8220;buoni&#8221;, l&#8217;altra i fascisti &#8220;cattivi&#8221;. La pezza, si dice in questi casi, è peggiore del buco. Ma nel buco è nel frattempo precipitata la consapevolezza di come in quell&#8217;epoca una parte dello Stato, le bande fasciste e neonazi, i cinici alleati &#8220;occidentali&#8221; vollero aggredire la più grande ondata di ribellione, cioè di costruzione di civiltà (lo Statuto dei lavoratori, che ora la signora Fornero vuole silurare, è datato 1970, per dirne solo una), che l&#8217;Italia avesse conosciuto dalla Resistenza.<br />
Ma il punto è proprio questo: in quel film il contesto, la Milano operaia e studentesca, il paese in sommovimento, non ci sono. Solo un rumoroso corteo nella scena iniziale, finito presto in scontri con la polizia e nella morte dell&#8217;agente Annarumma, le cui cause restarono in ogni caso molto dubbie. E se si fa scomparire il movente, direbbe qualunque scrittore di gialli, l&#8217;assassinio, in questo caso multiplo e seriale (le stragi si susseguirono fino ai primi anni ottanta), diventa incomprensibile, al più opera di un pazzo (ma anche i pazzi hanno le loro ragioni, come è noto).<br />
Fofi si chiede come mai non si sia capaci di produrre film civili all&#8217;altezza della nostra storia cinematografica. La risposta che mi darei è che chi produce i film è del tutto indifferente alle ragioni sociali e politiche dei pezzi di società che a cicli, venendo respinti e tornando a premere, hanno urtato contro il muro dei poteri. Nemmeno nel film di Vicari sulla Diaz si intravede il movimento: lui continua a ripetere, nelle decine di interviste in cui ricopre di contumelie Vittorio Agnoletto, colpevole di aver sollevato critiche, che «Agnoletto si sente in colpa per come lui e alcuni altri dirigenti del movimento hanno gestito tutta la vicenda prima, durante e dopo». Ci voleva «il servizio d&#8217;ordine», aggiunge. E questa è appunto la dimostrazione di come Vicari non abbia capito un accidente di quel movimento, che non aveva &#8220;dirigenti&#8221; ma un complicato organismo, che si reggeva su un precario equilibrio, il Genoa social forum, di cui Vittorio era il portavoce (cioè il «leader», pensa subito uno come Vicari), il quale era convinto &#8211; pensa un po&#8217; &#8211; che i «servizi d&#8217;ordine» erano un&#8217;esperienza da non ripetere, dato che in passato avevano fatto prevalere una logica militare nelle manifestazioni di strada. E che, in ogni caso, ad assicurare l&#8217;ordine dovevano essere le persone in divisa i cui stipendi paghiamo tutti noi e le cui azioni devono essere regolate dal rispetto dei diritti dei cittadini. Forse Vicari pensa che avremmo dovuto in quei giorni dichiarare guerra allo Stato, schierando i nostri &#8220;servizi d&#8217;ordine&#8221;? Si rende conto di quanto arcaica sia questa ossessione, nell&#8217;epoca degli indignados e degli occupy, movimenti radicalmente democratici e non violenti che hanno in Genova 2001 una loro forte radice?<br />
No, non se ne rende conto. Perciò lui e il suo produttore, Procacci, vanno ripetendo formule come «né con la polizia né con Agnoletto» (soave titolo de Il Fatto Quotidiano su una intervista a Procacci). Ma cosa ha scritto Vittorio di tanto urticante? Sotanzialmente che nel film (in questo come in quello su Piazza Fontana, aggiungo io) non si capisce nulla della ragione di fondo di tutti gli eventi. E questa ragione è il movimento. E, aggiunge Agnoletto, oltre al capo non c&#8217;è nemmeno la coda, ovvero i politici e i capi della polizia che organizzarono la &#8220;macelleria messicana&#8221;. Sui secondi ha già detto la magistratura in due gradi di giudizio (e Vicari obietta: ma se la Cassazione assolverà De Gennaro e soci a quel punto «il film è morto»), ma hanno detto anche inchieste e film indipendenti (come quello di Davide Ferrario). Sui secondi pesa una responsabilità politica, che non è meno grave di quella giudiziaria. A questo, a parte gli insulti (Agnoletto è «in totale malafede», «un uomo isolato che deve urlare», uno «Zdanov»), Procacci e Vicari rispondono cose come «non potevamo metterci tutto» o «ci siamo limitati a raccontare i fatti». Ma il fatto ad esempio che il ministro della giustizia di allora, il moralizzatore della Lega Castelli, abbia fatto visita alla caserma di Bolzaneto nelle ore in cui si praticavano le torture che il film mostra, era un&#8217;occasione preziosa &#8211; unità di tempo e di luogo che non avrebbe costretto, come nel caso di Piazza Fontana, a usare Aldo Moro come il maestro di Non è mai troppo tardi &#8211; anche solo per incidere una tacca, per così dire, suggerireallo spettatore il nesso decisivo che invece manca.<br />
Così che paradossalmente la visione del pestaggio sanguinoso e delle torture, «la più grande sospensione dei diritti in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale», come recita la pubblicità del film citando Amnesty, diventa un evento in sé privo di ragioni, più o meno come la bomba (anzi le due bombe o tre) di Piazza Fontana. La «più grande sospensione» è tale non solo perché i poliziotti hanno voluto il sangue, ma soprattutto perché fu lo Stato a spingerli.<br />
Forse è proprio vero, come dice Adriano Sofri, che siamo precipitati nel «medioevo della fiction». Piero Valesio, sul sito de Il Fatto, dopo aver scritto che il film di Vicari andrebbe mostrato nelle scuole proprio per l&#8217;urto delle immagini del massacro alla Diaz, conclude: «Forse che i massacratori della Diaz e i torturatori di Bolzaneto arrivavano da Marte o dalla Polinesia? (&#8230;) Quali politici avallarono prima la scelta e coprirono dopo i responsabili? Che ruolo ebbe quello stesso Fini che anni dopo si sarebbe accollato, pure con dei meriti, il ruolo di difensore della dignità dello Stato? (&#8230;) Di tutto ciò nel film non c&#8217;è traccia. Diaz è un film duro, meritorio ed efficace ma scolastico e limitato. Come del resto Agnoletto ha sottolineato sul Fatto di oggi». È come se nello splendido I cento passi, il film di Giordana su Peppino Impastato, fosse scomparso il mandante, il capomafia.<br />
Ecco dunque il problema che abbiamo noi cittadini. Che la ragione delle insorgenze sociali non riesce più a penetrare nelle stanze in cui si scrivono le sceneggiature o sui set dove si girano i film. Dove prevalgono altri obiettivi: innanzitutto, quello di stupire o impressionare a prescindere (le due bombe, gli schizzi di sangue) e, in generale, di non disturbare quelli che contano, specialmente se sono zar dei servizi segreti, come De Gennaro. Quel che ne esce, consapevoli o meno che se ne sia, è una specie di revisionismo storico sommario e dilettantesco, in cui la storia del nostro paese, e dei grandi movimenti che l&#8217;hanno attraversata, diventa un&#8217;incomprensibile mischia in cui si perdono i rispettivi ruoli nella tragedia e i cattivi o sono buoni oppure si sono assentati.<br />
L&#8217;ultima domanda che mi faccio è: perché, su Genova 2001, attorno a Vittorio Agnoletto si è creato, dal lato di quelli che erano con lui a non organizzare servizi d&#8217;ordine, un opaco silenzio?</div>
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		<title>&#8220;DIAZ&#8221; Morte accidentale di una democrazia. Guadagnucci su Micrommega</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 20:12:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio</dc:creator>
				<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti]]></category>
		<category><![CDATA[G8]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>

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		<description><![CDATA[Lorenzo Guadagnucci, Comitato Verità e Giustizia per Genova
Ho visto il film “Diaz” e mi è venuta in mente “Morte accidentale di un anarchico”, la pièce teatrale di Dario Fo sull’omicidio di Pino Pinelli. In un passaggio memorabile, verso la fine del testo, i personaggi discutono degli effetti che potrebbe avere sulla polizia lo scandalo dovuto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Lorenzo Guadagnucci</strong>, Comitato Verità e Giustizia per Genova</em></p>
<p>Ho visto il film “Diaz” e mi è venuta in mente “Morte accidentale di un anarchico”, la pièce teatrale di Dario Fo sull’omicidio di Pino Pinelli. In un passaggio memorabile, verso la fine del testo, i personaggi discutono degli effetti che potrebbe avere sulla polizia lo scandalo dovuto alla scoperta che dietro le bombe esplose in varie città d&#8217;Italia si celano malefatte dello stato e depistaggi. Uno dei personaggi, la Giornalista, dice testualmente: “Io credo che uno scandalo del genere servirebbe a dar prestigio alla polizia. Il cittadino avrebbe la sensazione di vivere in uno stato migliore, con una giustizia un po’ meno ingiusta”. E poi un altro personaggio, il Matto: “Al cittadino medio non interessa che le porcherie scompaiano. No, a lui basta che vengano denunciate, scoppi lo scandalo e che se ne possa parlare&#8230; Per lui quella è la vera libertà e il migliore dei mondi, alleluia!”. E ancora la Giornalista: “Lo scandalo, anche quando non c’è, bisognerebbe inventarlo, perché è un mezzo straordinario per mantenere il potere e scaricare le coscienze degli oppressi”.<span id="more-775"></span></p>
<p>Ho pensato a questo passaggio perché “Diaz” colloca il suo racconto nell’arco di poche ore, fra il 21 e il 22 luglio 2001, e gioca tutte le sue carte, sul piano emotivo e della comunicazione, sul brutale pestaggio alla scuola Diaz, concedendo una coda per seguire uno dei personaggi nella caserma-carcere di Bolzaneto, luogo di maltrattamenti e torture, ma non offre elementi di fatto – come già fatto notare da Vittorio Agnoletto – sulle responsabilità operative e politiche di quanto avvenuto e sulla scelta compiuta negli anni seguenti dal vertice di polizia e dai responsabili politici, una scelta di legittimazione e copertura degli abusi e delle menzogne, anziché di ripudio, come l’etica democratica comanderebbe.</p>
<p>Il rischio è evidente: diventa difficile capire le ragioni che hanno portato alle violenze e ancor più difficile comprendere quale sia l’importanza odierna di quei fatti: sono un evento storico utile per “fare memoria” o riguardano l’attualità, il nostro futuro? Lo scandalo, se resta nel vago, non rischia d’essere una mera valvola di sfogo?</p>
<p>Il regista ha spiegato di aver fatto una precisa scelta: da cineasta ha voluto mostrare la terribile caduta dello stato di diritto avvenuta fra la scuola e la caserma-carcere, lasciando agli spettatori il compito di cercare nomi, risposte, spiegazioni. E agli attivisti il compito di proseguire la battaglia.<br />
Il cuore del film è dunque la descrizione delle violenze, che finora nessuno aveva mostrato: non esistono fotografie né video su quanto accaduto dentro la Diaz e a Bolzaneto. Solo uno dei 93 malcapitati della Diaz, Christian Mirra, ha raccontato in una storia a fumetti la sua vicenda, offrendo così la prima rappresentazione grafica della macelleria – molto italiana, più che messicana – messa in atto nella scuola di via Battisti.</p>
<p>Il film, se avrà successo, se il “pugno allo stomaco” provato dai primi spettatori si trasformerà in passaparola, potrebbe riuscire nell’impresa di riproporre all’attenzione pubblica il “caso Genova G8”, o almeno il “caso Diaz”. Ma difficilmente il gruppo dirigente della polizia di stato e il ceto politico che lo difende (con viltà ormai bipartisan), accetteranno di entrare nella discussione. Sono riusciti a evitarlo quando i dirigenti di polizia sono stati chiamati in causa nome per nome e condannati in tribunale, si ripeteranno di fronte a uno “scandalo” che si ferma alla messa in scena delle violenze. Taceranno probabilmente anche il Massimo D&#8217;Alema che a caldo parlò di “notte cilena”, la Rosy Bindi che testimoniò vicinanza a Vittorio Agnoletto la mattina del 22 luglio, il Gianclaudio Bressa ottimo relatore fra 2006 e 2007 del progetto di istituire una commissione d&#8217;inchiesta (poi bocciato dal voto). La strategia del silenzio è la più efficace, quando c&#8217;è qualcosa da nascondere o una posizione poco difendibile da mantenere. E non saranno i grandi media a imporre la questione all&#8217;ordine del giorno.</p>
<p>Dietro l&#8217;angolo c&#8217;è dunque – nel migliore dei casi – uno scandalo del tipo indicato da Dario Fo ormai quarant’anni fa, con la gente che prova indignazione, si contorce nella sofferenza suscitata da certe immagini, percepisce quanto sia stata grave, e incompatibile con un regime democratico, la condotta della polizia di stato a Genova, ma tutto finisce lì. Magari con la sensazione – come dice la Giornalista nella “Morte accidentale” – di vivere in uno stato migliore, perché di certe cose è possibile parlare, dimenticando qual è il vero scandalo, e cioè che tutti, ma proprio tutti, i responsabili dell’operazione Diaz – dall’ultimo dei picchiatori, al più importante dei dirigenti – sono stati confermati ai loro posti, con i più alti in grado oggi impegnati in ruoli addirittura più elevati. E senza che lo stato, nella persona di un ministro, di un premier, dello stesso presidente, abbia mai avvertito la necessità di chiedere scusa alle vittime dirette degli abusi e – soprattutto – all’insieme della cittadinanza.</p>
<p>A ben vedere, lo scandalo è già stato neutralizzato e assimilato all’epoca delle clamorose sentenze di secondo grado (nel 2010), che hanno portato alle condanne non solo di decine di agenti e funzionari di basso livello, ma anche degli altissimi dirigenti, di rango nazionale, che hanno partecipato all’operazione Diaz: stiamo parlando dei massimi responsabili dei servizi operativi e investigativi. Queste condanne sono un fatto che non ha precedenti in Italia e forse in Europa, eppure non hanno portato a niente. L’intero arco parlamentare ha incredibilmente ribadito la propria fiducia nei dirigenti condannati, e il capo della polizia, così come ministri e primi ministri hanno potuto ignorare non solo i fatti storici ma anche l’esito delle inchieste e il giudizio dei tribunali.</p>
<p>Insomma, lo scandalo si è consumato, le coscienze si sono scaricate (la giustizia dopotutto ha fatto il suo corso), e “il prestigio della polizia è cresciuto”, in attesa che la Cassazione, a metà giugno, rimetta le cose a posto, come ebbe a dire il sottosegretario Alfredo Mantovano all&#8217;indomani delle condanne in appello: “Sono ragionevolmente convinto”, disse, “che la Cassazione ristabilirà l’esatta proporzione di ciò che è successo e scioglierà ogni ombra su fior di professionisti della sicurezza che oggi si trovano in questa situazione”.</p>
<p>Un film come “Diaz” sarebbe stato utile una decina d’anni fa, con le inchieste in corso e alcune vie d’uscita ancora aperte verso una decente credibilità democratica delle istituzioni. I fatti all’epoca erano già noti, le successive inchieste li hanno solo confermati.<br />
Forse nel 2002, mostrarli, rendere evidente che il corpo speciale impiegato alla Diaz si prese il rischio di uccidere qualcuno durante la perquisizione, sarebbe servito ad alimentare una discussione seria e a concentrare l’attenzione sulla catena di comando all’interno della polizia e sul contesto politico nel quale vanno collocati gli scempi di Genova G8.</p>
<p>Nel 2012, con tutto ciò che nel frattempo è avvenuto, fermarsi alla descrizione delle violenze, senza raccontare quanto quell’abuso di potere sia stato aggravato, significa ignorare gli aspetti a questo punto più importanti. Il boicottaggio delle inchieste da parte della polizia di stato, il rifiuto opposto dagli altissimi dirigenti imputati di presentarsi in tribunale per rispondere alle domande dei pm, il mancato ripudio delle violenze e delle menzogne, le promozioni ottenute a inchieste in corso, sono tutti fatti che hanno portato a infimi livelli la credibilità degli attuali vertici di polizia.</p>
<p>Allo stesso modo, rimanendo sfumato il contesto nel quale il blitz alla Diaz si colloca – la straordinaria e coinvolgente mobilitazione genovese, il tragico fallimento della gestione dell’ordine pubblico –, nel film restano oscure le motivazioni che portarono al blitz. La perquisizione non fu decisa allo scopo di prendere un determinato gruppo di appartenenti al Blocco nero, ma per eseguire un congruo numero di arresti e ottenere un recupero in termini di immagine per la polizia di stato, raggiungendo anche un obiettivo politicamente interessante, ossia eseguire quegli arresti non in un posto qualsiasi fra i tanti possibili, ma nel quartier generale del Genoa social forum, appunto la scuola Diaz. Sono punti che sono stati messi in chiaro, il primo, dal vice capo della polizia dell’epoca, Ansoino Andreassi, che ha testimoniato in tribunale (guadagnandosi l’ostracismo del vertice di polizia); il secondo dallo stesso Silvio Berlusconi, il quale nella conferenza stampa finale – mostrata alla fine del film – annuncia che nella sede del Genoa social forum (lui lo chiama Global forum) sono stati arrestati appartenenti al Black Bloc, mentre il Gsf aveva negato qualsiasi relazione col Blocco nero.</p>
<p>Per tutte queste ragioni, alla fine, concordo col giudizio espresso dal critico Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, che ha trovato limitante – sintetizzo così il suo pensiero – la scelta del regista di fermarsi al racconto delle violenze, senza spingersi sul terreno delle responsabilità, “cancellando teorie, complotti – scrive Mereghetti – ma anche ‘giustificazioni’ e spiegazioni. [...] Alla fine le immagini lasciano un senso di incompiutezza, che non bastano le didascalie finali a riempire”.</p>
<p>A questo punto toccherebbe a noi, ai cittadini, ai movimenti, all&#8217;associazionismo, al giornalismo indipendente, cambiare il corso degli eventi, ma temo che in questo disastrato paese, anche per il “caso Diaz” ci apprestiamo all’avveramento della profezia di Dario Fo: un po’ di scandalo, un po’ di indignazione e una nebbia fitta intorno ai luoghi di massimo potere. Alleluia.<em><br />
</em><br />
<em>(16 aprile 2012)</em></p>
<p><em></em>http://temi.repubblica.it/micromega-online/diaz-morte-accidentale-di-una-democrazia/</p>
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		<title>Un anno fa veniva ucciso Vittorio Arrigoni. Non dimenticare.</title>
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