Archivio | febbraio, 2011

Libia: distinguere la solidarietà dalla propaganda di guerra.

27 feb

Non c’è limite all’uso vergognoso dei drammatici fatti libici da parte del governo italiano.
Tutta l’attenzione è concentrata su due obiettivi finalizzati ad ottenere vantaggi nella politica interna e a garantirsi la prosecuzione degli affari di sempre.
Da un lato viene ingigantito l’allarme profughi in modo da suscitare paura e ampliare sentimenti razzisti in ampie fasce della popolazione così da raccogliere ulteriori consensi elettorali. Non è  difficile pensare che l’invio della flotta davanti alle coste libiche, formalmente motivata con l’obiettivo di impedire a Gheddafi di sparare dal mare sulle città in mano agli insorti, sarà utilizzata anche per bloccare i profughi, per impedire loro di raggiungere l’Italia e l’Europa per chiedere asilo politico e umanitario.
Dall’altro vengono amplificati i drammatici fatti libici per creare un’opinione pubblica favorevole ad un intervento militare diretto dell’occidente. Dovremo stare molto attenti nelle prossime ore a cercare di distinguere le notizie dalla propaganda. Come se non bastassero le notizie delle milizie armate e dei morti a Bengasi, vengono inventati cimiteri di massa e bombardamenti a tappeto su quartieri interi per giustificare un possibile intervento armato.
Nel frattempo non sono ancora stati congelati i beni di Gheddafi e della sua  corte, non stati cancellati gli accordi commerciali che prevedono la vendita di armi (e l’Italia è al primo posto), non è stato denunciato l’accordo di amicizia con la Libia, siglato due anni fa, non è stato nemmeno deciso un embargo.
Dobbiamo fare molta attenzione perché quelle stesse forze che per anni hanno siglato ogni sorta di patto con il regime di Gheddafi per garantirsi affari e petrolio, non si fanno certo alcuno scrupolo di ricorrere ad un ennesimo “intervento umanitario” per garantirsi gli stessi risultati: il controllo delle risorse energetiche delle quali è ricca la Libia.
E sappiamo bene come finiscono le “guerre umanitarie “ e “l’esportazione della democrazia”.

CRISI E MAGHREB, L’ATTUALITA’ DEL WORLD SOCIAL FORUM pubblicato su “il manifesto” mercoledì 16 febbraio”

16 feb

“Da Porto Alegre a Il Cairo” avrebbe potuto essere questo il titolo del Forum Sociale Mondiale di Dakar.
La rivoluzione egiziana, così come quella tunisina e come i sommovimenti sociali che in queste settimane attraversano diversi Paesi del Maghreb sono presentati dai grandi media italiani come movimenti di massa contro regimi autoritari.
Ma un’opposizione intellettuale in Tunisia esiste da tempo, spiegava a Dakar un rappresentante del sindacato scrittori, e coinvolge soprattutto giornalisti, avvocati e giudici, fortemente repressi dal regime nel silenzio dell’Unione Europea; ma tale repressione non aveva fino ad ora innestato una rivolta di ampie masse popolari.
Se si vuole capire cosa accade a Tunisi e a Il Cairo lo sguardo va rivolto verso Chicago. Il Commodity Stock Exchange di Chicago, la borsa di prodotti agricoli più importante del mondo è nelle mani di otto multinazionali occidentali che sono in grado di determinare i prezzi del mercato agricolo mondiale. Gli speculatori traggono guadagni impressionanti. In una anno, nel 2008, la Cargill ha aumentato i suoi profitti dell’86% portandoli a 1,03 miliardi di dollari, contemporaneamente in soli tre mesi il costo del riso sui mercati globali era aumentato del 59%, quello del grano del 61% e questa tendenza, seppur in forme diverse, è proseguita negli anni successivi.
Gli incentivi agli agrocarburanti, le speculazioni sui mercati delle materie prime, una domanda crescente di carne ed energia da parte dei paesi emergenti e una produttività agricola stagnante hanno provocato l’aumento del prezzo del cibo.
“La ricchezza complessiva nei nostri Paesi è aumentata, ma non vi è stata nessuna redistribuzione – hanno spiegato alcuni attivisti dei movimenti sociali maghrebini presenti al Forum – anzi le differenze tra una minoranza ricca e la povertà di gran parte della popolazione è aumentata; il debito estero prodotto dalle politiche della Banca Mondiale, dai piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario, dagli accordi commerciali imposti dall’Unione Europea, nonché dalle imposizioni dell’Organizzazione Internazionale del Commercio sono le cause principali dell’aumento dei costi dei beni primari che è la causa determinante della rivolta.”
Queste sono esattamente alcune delle conseguenze della globalizzazione liberista previste dal movimento altermondialista fin dal 1° Forum Mondiale a Porto Alegre e pochi mesi dopo a Genova nel 2001. A Dakar i movimenti hanno immediatamente colto le radici sociali delle rivolte maghrebine e le hanno sentite proprie; è al dominio liberista che si sono ribellate le masse nordafricane, oltre che al dittatore di turno.
Dietro le rivolte di queste settimane c’è anche il grande lavoro realizzato in questi anni da vari gruppi del nord Africa, che hanno condiviso il percorso del Forum e che, come già ricordava Luciana Castellina, hanno partecipato agli incontri regionali nel Mashrek e nel Maghreb.
Pur nella confusione di queste giornate, il Forum ritrova le ragioni profonde della propria esistenza nel verificare la correttezza delle analisi sviluppate nei dieci anni della propria vita e nella capacità di connettere tra loro le lotte che si realizzano da una parte all’altra del pianeta, senza limitarsi ad una generica solidarietà, ma rintracciandone sempre il comun denominatore politico.
Ad esempio quello che lega l’impegno dei Sem Terra in America Latina: per la sovranità alimentare, la filiera corta e l’agricoltura familiare, con le lotte di Roppa e di altre associazioni africane: contro gli Epa (gli Accordi di Partenariato Economico voluti dall’UE), contro gli agrocarburanti e le monoculture, con le vertenze dei movimenti europei contro gli OGM.
Certamente dire “avevamo ragione” non è sufficiente, ma essere tra coloro che possono affermare di aver capito cosa stava accadendo è già un risultato importante, soprattutto se in questi anni non si è rimasti con le mani in mano, ma si è lavorato per costruire movimenti in grado di cambiare la realtà e di condizionare le scelte politiche.
Questo è avvenuto a 360° in tutti i settori.
“Siamo di fronte ad una crisi di sovrapproduzione di capitali finanziari oltre che di merci; le riserve di prodotti finanziari della Banca d’America sono ampiamente superiori al PIL mondiale annuale. Con operazioni speculative sul terreno finanziario la Banca Centrale Europea attraverso la Banca Centrale spagnola può destabilizzare il sistema bancario Latinoamericano con rischi di forti ricadute sul sistema sociale di quel continente” così a Dakar Pedro Paez, ex ministro della Politica Economica nel governo Correa in Ecuador, ha attualizzato la storica denuncia del movimento sui rischi sociali di una sempre più crescente finanziarizzazione dell’economia. Paez oggi è presidente di una commissione che deve ridisegnare tutta l’architettura finanziaria del continente latinoamericano con l’obiettivo di renderlo autonomo da banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale.
Profetiche risuonano le parole pronunciate da Walden Bello a Genova nel 2001: “E’ una crisi di sovrapproduzione; gran parte dei profitti e dei capitali si sono mossi dal settore reale a quello finanziario..il settore finanziario non è in grado di stabilizzare il capitalismo”; l’analisi dell’economista filippino già allora si spingeva oltre “La crisi dei cambiamenti climatici si è acuita drasticamente e questa contrapposizione tra economia capitalista ed ecologia è risultata evidente”.  In assoluta continuità con queste riflessioni il forum di Dakar invita ad un percorso di mobilitazioni (Cop 17, una seconda Cochabamba, Terra Futura a Firenze ecc.) verso l’appuntamento Rio+20 del maggio 2012 sul destino futuro del pianeta.
Il rapporto sud/sud ha costituito il senso profondo del Forum che a Dakar ha raccolto quanto seminato nel 2007 quando a Nairobi si realizzò il primo forum mondiale in Africa.
Il Forum, massima espressione del percorso del movimento antiliberista, dopo dieci anni  si conferma come uno dei pochissimi luoghi dove è possibile analizzare la realtà globale ed elaborare alternative praticabili sullo scenario mondiale.
Di questi tempi non è davvero poco.

Dal Forum Sociale di Dakar.E’ la giornata dei moviemnti del Maghreb e di Lula. Brevi appunti in presadiretta

8 feb

La partecipazione di massa di delegazioni africane e l’elezione di un nuovo rettore all’università hanno prodotto il cortocircuito: decine di migliaia di persone sono a Dakar, ma all’ultimo momento le sale messe a disposizione dall’università sono diventate 40 anzichè le 150 previste, lasciando nel panico il comitato organizzatore alla disperata ricerca di soluzioni organizzative. L’incontro con il Social Forum Maghrebino si è svolto comunque ed ha affrontato sopratutto la situazione tunisina per la presenza di molti attivisti. I protagonisti delle “rivoluzione” sono non solo molto soddisfatti, ma anche estremamente ottimisti e, almeno quelli qui presenti, pur sottolinenado la centralità della lotta contro un sitema autoritario e mettendo quindi al centro la lotta per la democrazia e la libertà di espressione, non lasciano in secondo piano le questioni sociali. La ricchezza è aumentata, ma non vi è stata nessuna redistribuzione anzi le differenze tra una minoranza ricca e la povertà di gran parte della popolazione è aumentata; il debito estero prodotto dalle politiche della Banca Mondiale, i piani di aggiustamento strutturale del fondo Monetario, gli accordi commerciali imposti dall UE, nonchè le imposizioni dell’Organizzazione Internazionale del Commercio sono le cause principali dell’aumento dei costi dei beni primari ed in particolare del cibo che è la causa determinante della rivolta. Una rivolta che vede una partecipazione forte di intellettuali che rivendicano, quelli intervenuti al Forum, un ruolo di opposizione condotto da anni insieme a scrittori, avvocati e giornalisti; e mentre raccontano le repressioni subite negli ultimi anni parlano anche di un’Europa che fingeva di non vedere, pronta ad ignorare i diritti umani pur di avere Paesi “stabili” politicamente ed economicamente, in grado di continuare ad essere partner subalterni della Comunità europea. Tutti hanno voluto sottolineare la laicità delle “rivoluzioni” e, gli egiziani presenti hanno spiegato come l’influenza dei Fratelli Mussulmani, sia assolutamente ridotta: la divulgazione di notizie false su questo aspetto è il frutto di un’intossicazione mediatica prodotta dai regimi nel tentativo di ottenere il supporto dei Paesi europei. Purtroppo va registrata una presenza organizzata e molto aggressiva di marocchini pronti ad attaccare sempre ed ovunque la delegazione del Saharawi.Il governo del Marocco ha pagato il viaggio a circa 4-500 persone tra i quali molti membri del ministero dell’Interno, proprio con l’obiettivo di bloccare ogni discussione sull’occupazione del Saharawi, pratica purtroppo già registrata nei passati forum. Ora il timore del governo di Rabat è che le vicende egiziane e tunisine possano avere ricadute anche nel loro Paese. L’incontro con Lula è stato l’altro grande evento della giornata.L’Africa,l’America Latina e l’Asia – ha ripetuto più volte – sono i grandi produttori di cibo, nelle loro mani è il destino del mondo, deve crescere questa consapevolezza: questa è la vera forza che noi abbiamo per cambiare il destino del mondo. L’ex presidente dopo aver ricordato che la sua nazione è il secondo Paese per popolazione africana ha reso omaggio all’isola di Gorèe da dove sono partiti verso il Brasile milioni di schiavi; Lula ha attaccato pesantemente sia gli USA che l’Europa accusate di perpetrare pratiche coloniali: un attacco all’Europa così forte è certamente dovuto al luogo dove parlava, l’Africa, vittima storicamente del colonialismo europeo, ma tale attacco rappresenta anche il risultato di una scelta che pare irreversibile in Brasile e forse in tutta l’America Latina, ossia la costruzione sul terreno culturale, ma anche economico e sociale di un asse sud /sud. Una grande attenzione Lula ha rivolto alle rivolte del Maghreb: “Attenzione che la lotta per la democrazia sia sempre legata anche ad un miglioramente delle condizioni di vita sociale” Non sempre, ha proseguito, questo avviene;il modello che spesso ci viene proposto parla di democrazia ma è indifferente alle condizioni di vita di gran parte della popolazione. Inanto all’isola di Gorèe è stata presentata la carta dei diritti dei migranti sottoscritta da centinaia di associazioni di tutto il mondo….ma ora corro al Forum.

Da Dakar, dal Forum Sociale Mondiale: il lungo percorso dei movimenti. Brevi osservazioni in presa diretta

6 feb

Decina di migliaia, sessantamila, forse di più le persone che oggi hanno attraversato le vie di Dakar alla manifestazione di apertura del Forum Sociale Mondiale. La cosa più sorperendente è stata la presenza di delegazioni provenienti da moltissimi Paesi africani, in particolare del centro/centrosud dell’Africa. Segno tangibile della tanta strada percorsa dal Forum di Nairobi nel 2007. Il Forum a Dakar era infatti una scommessa piena di punti di domanda. Oggi sono moltissimi i movimenti, le associazioni e i gruppi di base che vedono nel Forum un riferimento, ma anche un “ombrello” che è in grado di garantire una sorta di protezione che aiuta a dare visibilità alla proprie lotte. L’impressione che ho avuto da questa prima giornata è di una forte crescita di consapevolezza di una parte significativa della società africana; quasi assente del tutto ogni forma di vittimismo verso un neocolonialismo ancora presente e decisamente forte, molto presente invece la capacità di inserire la condizione attuale del continente africano in un contesto globale segnato da un feroce liberismo. Da quello che si è visto nella prima giornata sembra proprio che l’asse sud/sud cominci, almeno tra i movimenti ad essere una realtà; non c’è dubbio che i movimenti africani guardano con estrema attenzione all’America Latina e sempre meno veso l’Europa. Grandi consensi ha ricevuto Evo Morales quando è intervenuto al comizio finale; il presidente della Bolivia, proveniente lui stesso dall’esperinza del Forum Sociale ha ampliato la nozione di beni comuni, ponendo certamente al primo posto l’acqua e la terra, ma inserendovi anche le materie prime e le fonti energetiche che dovrebbero essere nazionalizzate. Ma il passaggio più interessante è stato quando ha precisato che la nazionalizzazione non deve essere utilizzata per perseguire un modello di sviluppo simile a quello occidentale; tale percorso entrerebbe in contrasto prima di tutto con la necessità di garantire un futuro all’intero pianeta e alle future generazioni. A Dakar ho incontrato molti emigrati africani provenienti dall’Europa e anche dall’Italia; rientrati proprio per il Forum appaiono, almeno nelle tante discussioni informali di oggi, come una risorsa importantissima: a cavallo di due culture riescono forse meglio di tanti altri a cogliere li elementi di interesse comune dei movimenti nelle due sponde del Mediterraneo. Non sono qui a parlare come vittime, a discutere dei loro sacrosanti diritti di immigrati, ma chiedono di essere ascoltati per le esperienze della quali sono portatori. Dovremmo provar anche noi a vederli in questa dimensione. Grande attesa per la giornata di domani: la parola passerà ai movimenti sociali provenienti dal Maghreb, dalla lotte sociali di questi giorni. DDecina di migliaia, sessantamila, forse di più le persone che oggi hanno attraversato le vie di Dakar alla manifestazione di apertura del Forum Sociale Mondiale. La cosa più sorperendente è stata la presenza di delegazioni provenienti da moltissimi Paesi africani, in particolare del centro/centrosud dell’Africa. Segno tangibile della tanta strada percorsa dal Forum di Nairobi nel 2007. Il Forum a Dakar era infatti una scommessa piena di punti di domanda. Oggi sono moltissimi i movimenti, le associazioni e i gruppi di base che vedono nel Forum un riferimento, ma anche un “ombrello” che è in grado di garantire una sorta di protezione che aiuta a dare visibilità alla proprie lotte. L’impressione che ho avuto da questa prima giornata è di una forte crescita di consapevolezza di una parte significativa della società africana; quasi assente del tutto ogni forma di vittimismo verso un neocolonialismo ancora presente e decisamente forte, molto presente invece la capacità di inserire la condizione attuale del continente africano in un contesto globale segnato da un feroce liberismo. Da quello che si è visto nella prima giornata sembra proprio che l’asse sud/sud cominci, almeno tra i movimenti ad essere una realtà; non c’è dubbio che i movimenti africani guardano con estrema attenzione all’America Latina e sempre meno veso l’Europa. Grandi consensi ha ricevuto Evo Morales quando è intervenuto al comizio finale; il presidente della Bolivia, proveniente lui stesso dall’esperinza del Forum Sociale ha ampliato la nozione di beni comuni, ponendo certamente al primo posto l’acqua e la terra, ma inserendovi anche le materie prime e le fonti energetiche che dovrebbero essere nazionalizzate. Ma il passaggio più interessante è stato quando ha precisato che la nazionalizzazione non deve essere utilizzata per perseguire un modello di sviluppo simile a quello occidentale; tale percorso entrerebbe in contrasto prima di tutto con la necessità di garantire un futuro all’intero pianeta e alle future generazioni. A Dakar ho incontrato molti emigrati africani provenienti dall’Europa e anche dall’Italia; rientrati proprio per il Forum appaiono, almeno nelle tante discussioni informali di oggi, come una risorsa importantissima: a cavallo di due culture riescono forse meglio di tanti altri a cogliere li elementi di interesse comune dei movimenti nelle due sponde del Mediterraneo. Non sono qui a parlare come vittime, a discutere dei loro sacrosanti diritti di immigrati, ma chiedono di essere ascoltati per le esperienze della quali sono portatori. Dovremmo provar anche noi a vederli in questa dimensione. Grande attesa per la giornata di domani: la parola passerà ai movimenti sociali provenienti dal Maghreb, dalla lotte sociali di questi giorni. ecina di migliaia, sessantamila, forse di più le persone che oggi hanno attraversato le vie di Dakar alla manifestazione di apertura del Forum Sociale Mondiale. La cosa più sorperendente è stata la presenza di delegazioni provenienti da moltissimi Paesi africani, in particolare del centro/centrosud dell’Africa. Segno tangibile della tanta strada percorsa dal Forum di Nairobi nel 2007. Il Forum a Dakar era infatti una scommessa piena di punti di domanda. Oggi sono moltissimi i movimenti, le associazioni e i gruppi di base che vedono nel Forum un riferimento, ma anche un “ombrello” che è in grado di garantire una sorta di protezione che aiuta a dare visibilità alla proprie lotte. L’impressione che ho avuto da questa prima giornata è di una forte crescita di consapevolezza di una parte significativa della società africana; quasi assente del tutto ogni forma di vittimismo verso un neocolonialismo ancora presente e decisamente forte, molto presente invece la capacità di inserire la condizione attuale del continente africano in un contesto globale segnato da un feroce liberismo. Da quello che si è visto nella prima giornata sembra proprio che l’asse sud/sud cominci, almeno tra i movimenti ad essere una realtà; non c’è dubbio che i movimenti africani guardano con estrema attenzione all’America Latina e sempre meno veso l’Europa. Grandi consensi ha ricevuto Evo Morales quando è intervenuto al comizio finale; il presidente della Bolivia, proveniente lui stesso dall’esperinza del Forum Sociale ha ampliato la nozione di beni comuni, ponendo certamente al primo posto l’acqua e la terra, ma inserendovi anche le materie prime e le fonti energetiche che dovrebbero essere nazionalizzate. Ma il passaggio più interessante è stato quando ha precisato che la nazionalizzazione non deve essere utilizzata per perseguire un modello di sviluppo simile a quello occidentale; tale percorso entrerebbe in contrasto prima di tutto con la necessità di garantire un futuro all’intero pianeta e alle future generazioni. A Dakar ho incontrato molti emigrati africani provenienti dall’Europa e anche dall’Italia; rientrati proprio per il Forum appaiono, almeno nelle tante discussioni informali di oggi, come una risorsa importantissima: a cavallo di due culture riescono forse meglio di tanti altri a cogliere li elementi di interesse comune dei movimenti nelle due sponde del Mediterraneo. Non sono qui a parlare come vittime, a discutere dei loro sacrosanti diritti di immigrati, ma chiedono di essere ascoltati per le esperienze della quali sono portatori. Dovremmo provar anche noi a vederli in questa dimensione. Grande attesa per la giornata di domani: la parola passerà ai movimenti sociali provenienti dal Maghreb, dalla lotte sociali di questi giorni.